SCHEGGE DVRACRVXIANE

Consacrano il Reggae e idolatrano il Rap, ma censurano Mozart: la “grande sostituzione” in salsa musicale è servita!

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Niente da fare, cari Beethoven, Bach, Mozart, non vi si caga più nessuno, anzi vi censurano. E non va meglio neppure a David Bowie, Freddy Mercury, Marilyn Manson; tutti sos-ti-tui-ti, esattamente come sta avvenendo per quelle demografie che si rispecchiavano nelle loro estetiche, e che oggi non si ritrovano più nemmeno lo specchio.


I Poteri forti sanno perfettamente che per trasformare l’acquario d’Occidente nel loro acquitrinio multietnico e sottocosto debbono anzitutto modificarne l’habitat estetico e valoriale; così, pur di imporre l’idolatria multiculturale, non si fanno remore a sdoganare lo spaccio, lo stupro etnico e le condotte di vita criminali come canoni educativi, consacrandoli a modelli “fashion style”.

E poiché la musica, oltre che veicolo di sublime piacevolezza, è sempre stata uno dei più efficaci trasfusori comportamentali giovanili, propugnano i generi musicali più pregni di questa pattumaglia criminogena, e censurano, con argomenti ipocriti e beghini (quali “moralità & pornografia”) i grandi classici che hanno segnato la genesi di ciò che siamo.


Del resto, le dittature hanno sempre imposto le loro atroci verità assolute non nascondendo o edulcorando il Male di cui erano foriere, ma anzi elevandolo a Verbo; quindi, la strategia per sottometterci alla mondializzazione non è più quella di insabbiare gli effetti involutivi e violenti delle commistioni culturali che stanno ammorbando le vite degli Europei, ma è quella di ri-eticizzare in chiave mondialista tutto ciò che 3000 anni di evoluzione civile ci avevano portato a considerare barbaro e nefasto.


La notizia è chiarissima: l’Unesco premia il Reggae come musica “portatrice di resistenza, amore e umanità” (foto); ebbene analizziamo qualche brano scelto a caso fra quelli dei “big” di tale genere musicale, iniziando da Capleton, il quale canta: <<brucia il gay, fai vedere il sangue al gay; i gay stanno fottendo e succhiando troppa fica, fai vedere il sangue ai gay, fai vedere il sangue alla merda>> (i testi originali sono ovviamente verificabili in rete).

Niente male per un agnellino tollerante e pacifista, che ne dite?

O prendiamo i testi di Mr Sizzla, ove si trovano frasi del tipo <<Salite in prima linea, fuoco sugli uomini che fanno sesso con gli uomini dal di dietro, sparate ai gay e alle lesbiche, la mia grossa pistola fa bang>> .

Ora, fate bene attenzione: apparentemente viene presa di mira una categoria specifica, gli omosessuali, peraltro normalmente adulata dai partiti progressisti soprattutto sotto elezioni; ma nella sostanza viene vittimizzato un canone estetico-morfologico tipico della civiltà greco-romana e pressoché alieno ad altre culture. Insomma, uno Stadio dei Marmi zeppo di glutei scultorei e pettorali d’acciaio non sarebbe ipotizzabile in un mondo globalizzato e globalista; e quindi tutto ciò che può esaltare dei canoni narcisistici ed autoreferenziali rappresenta una minaccia per l’artificiosa creazione del “popolo-unico-consumatore-acefalo-amorfo (e meticcio), indispensabile alla realizzazione dell'ideale mondialista.

E’ di questi giorni la notizia di un’attrice egiziana, Rania Youssef, che per aver sfilato al festival de Il Cairo in abiti troppo succinti, rischia addirittura il carcere; ebbene, qui l’omosessualità non c’entra: c'entra solo l'odio per la nudità, colpevole di mostrare forme e colori diversi per ogni popolo.

Come ci insegna Michel Houellebecq, l’Islam è l’unica religione idonea a sottomettere le coscienze individuali ad un credo iconoclasta e incorporeo, il quale, ripudiando l'antropomorfismo della divinità, risulta adattabile a qualsiasi etnia; ecco perché i potentati globalisti (compresi quelli vaticani) ne implementano la diffusione anche a spese delle rispettive fedi d'appartenenza. Resta pertanto intuibile come qualsiasi forma di pornografia (e l'omosessualità, essendo ipso facto narcisistica, lo è parecchio) sia un affronto alla grande menzogna del “discendiamo tutti da Mamma Africa”.

Di qui la connivenza programmatica islam/reggae/rap/meticciato, del tutto organica alla realizzazione del globalismo.

Quanto alla propensione “democratica” del Reggae, basti ricordare che il rastafarismo (corrente filosofica fortemente legata a tale genere) è un movimento messianico fondato sul culto di Háyla Sellasye, imperatore d’Etiopia (!).


Per quello che concerne invece le “educande” del Rap, non ci dilungheremo altrettanto, basteranno un po’ di nomi famosi sparsi per il mondo e completamente slavati da qualsiasi territorialità e origine, per provare l’indole violenta e razzista di questo genere “musicale”, e al contempo la sua estrema duttilità funzionale ad insinuarsi nei lettori mp3 degli adolescenti di tutto il globo. Ci sono i franco-maghrebini Busta Flex (Ça se dégrade, 1998); Iam (Contrat de conscience, 1994); Fabe (Je n’aime pas, 1995), Assassin (Le futur que nous réserve-t-il?, 1992), NTM (Police, 1993; Qu’est ce qu’on attend?, 1995) Analogo discorso può farsi per la Grecia, Terror X Crew (Polis Ealo, 1997), o per la Spagna, El Club de los Poetas Violentos (Madrid Zona Bruta, 1994); in Italia il nome di Flaminio Maphia già potrebbe bastare, ma la carrellata di foto allegate all’articolo espliciterà ulteriormente la concretezza della nostra denuncia.


Il Rap è tutt’altro che “l’inclusione” che predicano i media di regime (foto); se davvero fosse la musica “fraterna” che vogliono farci credere, contemplerebbe trasversalità classiche, rock, jazz, metal, folk, come tutti questi generi musicali fanno a loro volta: nel Metal c’è Musica Classica, nel Rock ci sono il Metal e il Blues, nell’Etno ci può essere il Rock, nel Rock il Progressive, nel Progressive la Musica Barocca, ecc ecc ecc. Al contrario, nel Rap c’è solo il Rap poiché il loro scopo non è altro che escludere, appiattire e sostituire.

E la prova della loro affiliazione ai poteri forti è che i rapper, lungi dall’essere i reietti che vogliono farci credere, sono tutti belli satolli e danarosi (anche in casa nostra), e si aggiudicano sempre più colonne sonore degli spot pubblicitari che van per la maggiore.


Ultima prova del 9 circa l'argomentare del nostro articolo: avete mai sentito criticare, stigmatizzare o fare satira sul Reggae, sul Rap o su qualche rapper? No. Perché come ogni totem mondialista, esso è mediaticamente scudato dal politicamente corretto.

Tuttavia, qualche artista libero e ribelle respira ancora dalle nostre parti, e non la manda certo a cantare con troppa diplomazia sulla faccenda in questione: “Il rap è primitivo, il rap è lavativo, ma senza detersivo, di merda odorerà; la musica di ghetti, reietti e poveretti che poi, da gran furbetti, firman la pubblicità!” (da “Retro-Marsch Kiss” dei Deviate Damaen).

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