Morto il Cardinale di Cuba Jaime Ortega

Le lacrime di coccodrillo del regime castrista

Dopo una lunga malattia è morto venerdì scorso il cardinale cubano Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo emerito di San Cristóbal de La Habana. Nei trentaquattro anni del suo ministero fra il popolo ha ricevuto le “attenzioni speciali” ed ogni ostacolo da parte del regime comunista che, nel 1966, gli ha anche riservato il privilegio di rinchiuderlo nei campi di concentramento per indottrinarlo e sottoporlo ai lavori forzati. Da morto, però, ha preso a incensarlo…

Giuseppe Brienza
Le lacrime di coccodrillo del regime castrista

La notizia della morte del Card. Ortega sul sito «Gramma», quotidiano ufficiale del Partito comunista cubano e principale organo informativo del governo castrista

Il cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo emerito de L’Avana (Cuba), è morto venerdì scorso, 26 luglio, nella sua residenza privata all'età di 82 anni. I funerali solenni si sono tenuti domenica 28 nella capitale cubana, con grande affluenza di popolo.

Figlio unico, Ortega era nato il 18 ottobre 1936 a Jagüey Grande, diocesi e provincia di Matanzas, nella parte settentrionale della costa cubana a circa novanta chilometri dalla capitale. Il padre Arsenio, che aveva lavorato in uno zuccherificio per poi metter su una modesta attività commerciale, morì quando lui era ancora piccolo. Figura centrale della sua vita è stata quindi la madre Adela che, la sera prima dell’annuncio della sua nomina cardinalizia nel 1994, lo salutò così: “Niente onori, ora ti aspettano più sofferenze, più croci”.

In effetti fin dal momento in cui Ortega fu raggiunto all’estero dalla notizia dell’affermazione della rivoluzione castrista del 1959 (era in Canada per completare la formazione sacerdotale), senza pensarci troppo scelse di tornare immediatamente in patria per condividere le difficoltà e le persecuzioni che si stavano preparando per la Chiesa e per tutto il popolo cattolico. Rientrato a Cuba, fu ordinato sacerdote nell’agosto del 1964 e, come primo incarico, fu inviato a Cardenas per fare il vice-parroco. Ma potè durare solo due anni, perché nel 1966 la polizia politica lo internò nei “campi di lavoro” Umap (Unidades militares de apoyo a la producción), sottoponendolo a indottrinamento forzato e vessazioni di ogni tipo. La “rieducazione” castrista non ebbe però effetti sul “detenuto Ortega” poiché, non appena rilasciato, lui ricominciò subito a fare il parroco nel suo paese natale.

Nel dicembre 1978 fu promosso vescovo di Pinar del Río, in sostituzione del predecessore Oves Fernández, che aveva dovuto cedere il passo a causa delle pesanti pressioni ricevute dal regime. Nel novembre 1981 Giovanni Paolo II lo nominò quindi arcivescovo di San Cristóbal de La Habana, diocesi nella quale poté fare ingresso solo un mese e mezzo dopo, il 27 dicembre, due giorni dopo il Santo Natale perché allora Castro non consentiva di celebrarlo pubblicamente.

Nella capitale cubana Ortega trovò una situazione drammatica, con pochi sacerdoti, nessuna organizzazione ecclesiale per i laici, edifici cadenti e nessun mezzo a disposizione per l’apostolato. Capì direttamente sulla sua pelle a cosa stava portando la persecuzione del regime che, evitando clamori e martiri pubblici, puntava all’anemizzazione progressiva della Chiesa. Non si diede per vinto e, con le sue coraggiose omelie, pubblicate sul bollettino mensile arcidiocesano “Aquí la Iglesia”, riuscì a farsi conoscere non solo dai fedeli ma da tutta la nazione, nonostante agli altri Vescovi e sacerdoti era quasi del tutto impedito l’accesso ai mezzi di comunicazione sociale.

A capo della comunità dell’Avana per oltre trentaquattro anni (è stato per ben quattro volte – dal 1988 al 1998 e dal 2001 al 2007 - presidente della Conferenza episcopale del Paese), Ortega è divenuto il punto di riferimento della comunità cattolica cubana, leader di una “Chiesa povera ma non depressa o silenziosa” come amava sempre definirla.

Nel concistoro del novembre 1994 Giovanni Paolo II lo creò cardinale - secondo nella storia di Cuba dopo Manuel Arteaga y Betancourt - e, quando tornò all’Avana vestito della porpora il popolo lo accolse in massa esultante. Dopo aver partecipato ai conclavi del 2005 e del 2013, il 26 aprile 2016 ha rinunciato al governo pastorale dell’arcidiocesi per motivi di età. D’allora, divenuto ormai “inoffensivo”, il regime ha iniziato a blandirlo e, dopo averlo “ospitato” in carcere e osteggiato in tutti i modi per oltre mezzo secolo, ha avuto l’ardire di dare la notizia della sua morte sul sito «Gramma», quotidiano ufficiale del Partito comunista cubano e principale organo informativo del governo, definendo senza vergogna “instancabile” il suo lavoro pastorale e richiamando l’“amore per Cuba” di “Sua eminenza reverendissima”.

Appresa la notizia della morte il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, a nome di Papa Francesco ha inviato al successore del porporato, l’arcivescovo Juan de la Caridad García Rodríguez, un telegramma di cordoglio nel quale, fra l’altro, si riconosce il ruolo “provvidenziale” avuto dal card. Ortega nel servire la Chiesa e il popolo cubano “nei diversi incarichi che la Provvidenza gli ha affidato”.

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