Emergenza invasione

La Svizzera non scherza: 7mila clandestini rispediti a Como negli ultimi due mesi

Mentre nel capoluogo lariano sono arrivati i container per ospitarli, le autorità elvetiche non fanno sconti ed espellono chi riesce ad attraversare il confine

Redazione
La Svizzera non scherza: 7mila clandestini rispediti a Como

Alcuni dei clandestini accampati a Como. Foto ANSA

Da cittadini di una città turistica a ospiti indesiderati di un campo profughi: è questa la triste realtà che gli abitanti di Como si trovano a vivere, barricati nelle proprie abitazioni e cacciati dalle aree pubbliche comunali. Martedì 30 agosto sono arrivati i container destinati ai servizi igienici nell'area ex Rizzo, che amministrazione comunale di sinistra e Governo hanno deciso di trasformare in un ghetto ad uso e consumo delle centinaia di extracomunitari che occupano da settimane con una tendopoli abusiva i giardini davanti alla stazione San Giovanni. Mercoledì 31 sono stati posizionati i primi moduli abitativi, nonostante le proteste dei residenti e della Lega Nord.

Nel frattempo, si viene a sapere che da fine giugno le autorità elvetiche elvetiche hanno effettuato quasi 7mila riammissioni in Italia di cittadini stranieri. La Svizzera non ha alcuna intenzione di spalancare le proprie porte all'invasione, e rispedisce a Como tutti coloro che riescono ad attraversare illegalmente il confine. Nonostante le proteste di deputati della sinistra elvetica e di varie associazioni pro immigrazione come Amnesty International, che denuncia "numerose violazioni del diritto internazionale", non si fermano i controlli sistematici in frontiera sulle persone di pelle nera né i respingimenti collettivi di coloro che risultano essere entrati illegalmente in Svizzera.

Agli inflessibili poliziotti elvetici è sufficiente un colloquio di un paio di minuti, che spesso si interrompe prima per l'impossibilità di trovare una lingua comune nella quale comunicare, per decidere che chi hanno davanti dev'essere rispedito in Italia. Raccontare di avere una moglie, un marito o un figlio in attesa non è condizione sufficiente per vedersi riconoscere il diritto di asilo e scampare all'espulsione: anche se alcuni clandestini hanno dichiarato di aver provato a presentare richiesta di protezione internazionale in Svizzera, sia oralmente sia consegnando una documentazione scritta, questo per le autorità non corrisponde alla formalizzazione della domanda.

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