Imparare l’italiano? Non è mai troppo tardi

Ci vorrebbe un Alberto Manzi anche per gli immigrati…

Nei giorni in cui è in scena al Piccolo Teatro Studio di Milano uno spettacolo sul mondo della scuola intitolato “Il ragazzo dell’ultimo banco”, scritto dallo spagnolo Juan Mayorga e con la regia di Jacopo Gassman, ripensiamo a quanto possa servire anche oggi lo stile e la “missione” dell’innovativo maestro interpretato da Claudio Santamaria nella fiction Rai “Non è mai troppo tardi”

Pietro Licciardi
Ci vorrebbe un Alberto Manzi anche per gli immigrati…

Claudio Santamaria che interpreta il maestro Manzi nella fiction Rai "Non è mai troppo tardi"

C’era una volta, erano i primi anni Sessanta del secolo scorso, il maestro Alberto Manzi (1924-1997) e il suo programma “Non è mai troppo tardi”, trasmesso dalla Rai quando la televisione pubblica svolgeva egregiamente il suo servizio. Grazie a questo programma e alle lezioni del maestro ben un milione e mezzo di italiani riuscirono a prendere la licenza elementare. Non è mai troppo tardi” infatti insegnava a leggere e a scrivere ad una Italia ancora in gran parte rurale, uscita da poco con le ossa rotte dalla guerra, dove ancora dilagava l’analfabetismo.

Oggi per fortuna non è più così. A scuola, bene o male, ci vanno quasi tutti, anche se la piaga dell’ignoranza non è stata del tutto debellata. Il nostro Paese è tra i primi nella classifica europea degli abbandoni scolastici e riforma dopo riforma il sistema educativo, una volta nostro orgoglio e vanto, è alquanto scaduto. Perfino l’università ormai sforna laureati con seri problemi nel padroneggiare la punteggiatura e il congiuntivo. Ma non vogliamo qui polemizzare.

Piuttosto vogliamo riflettere su come, a fronte di un numero consistente di stranieri che vivono e lavorano in Italia e un altro consistente numero qui “parcheggiati”, ovvero approdati sulle nostre coste e in attesa magari da anni di vedere chiarita la loro posizione, ben poco si fa per integrarli nel nostro tessuto sociale.

Come sempre quasi tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli o delle associazioni di volontariato che si ingegnano, quando ci sono i soldi, nell’aprire “sportelli” che offrono vari servizi di informazione e orientamento oppure corsi di lingua italiana. Sia bene chiaro: ben venga l’impegno dei privati, che quasi sempre lavorano meglio e con migliori risultati del pubblico, ma un po’ più di organizzazione non guasterebbe, se non altro per razionalizzare le poche risorse che adesso vengono distribuite e frazionate tra una miriade di sigle e iniziative.

Proprio “Non è mai troppo tardi”, la trasmissione del maestro Manzi, ci dà lo spunto per proporre qualcosa che la Rai, tra una telenovela, uno spazio dedicato al trash o la consueta rissa televisiva spacciata per informazione, potrebbe tornare a fare per onorare il suo ruolo di servizio pubblico e giustificare almeno in parte un canone dai più percepito come una immeritata tassa.

La lingua è il primo e più immediato mezzo per integrarsi, perché consente di capire e farsi capire, è la chiave di accesso ai servizi e al lavoro; parlando si conoscono e si comprendono gli usi e i costumi del paese ospite. Paese nel quale ormai convivono, è bene non dimenticarlo, nazionalità e culture provenienti da 194 nazioni - nel mondo le nazioni indipendenti sono 192 -. Pertanto l’italiano è anche la “lingua franca” che permette ai vari gruppi etnici di capirsi tra loro e dovrebbe essere chiaro a tutti che qualsiasi integrazione comincia proprio dalla lingua. Lo sanno bene quegli insegnanti che si trovano a dover lavorare in classi con due o tre bambini italiani e ventidue stranieri, i cui genitori a casa comunicano esclusivamente attraverso la loro lingua madre e tengono costantemente sintonizzata la tv satellitare sul loro canale nazionale.

Da questo punto di vista la televisione può molto. Entra in tutte le case, può avvalersi di specialisti e personale qualificato, raggiungere milioni di persone con risorse relativamente limitate. Insomma può svolgere un vero servizio pubblico e dare un grosso contributo, al di là delle solite inconcludenti chiacchiere, se non a risolvere almeno a non rendere ulteriormente drammatica quella che si sta annunciando come una delle più urgenti emergenze dell’immediato futuro: trasformare il coacervo di etnie, nazionalità, culture che abita, e che volenti o nolenti almeno nel breve periodo sempre più abiterà, il nostro Paese, in una comunità più coesa e capace di operare per il bene comune.

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