stop dal senato americano

L'Iran ci riprova: vuole il nucleare

La legge approvata a Washington offre agli Stati Uniti la possibilità di imporrea Teheran restrizioni nei campi della difesa, bancario ed energetico

Redazione
L'Iran ci riprova: vuole il nucleare

La decisione del Senato degli Stati Uniti di prorogare di altri dieci anni le sanzioni sull'Iran rappresenta una violazione dell'accordo raggiunto tra le parti sul programma nucleare di Teheran. Lo ha dichiarato il ministero degli Esteri iraniano in un comunicato rilanciato dalla tv di Stato di Teheran. La legge approvata all'unanimità dal Senato americano, già sostenuta il 15 novembre scorso alla Camera dei rappresentanti con una maggioranza schiacciante di 419 voti favorevoli contro un solo contrario, offre a Washington la possibilità di imporre restrizioni nei campi della difesa, bancario ed energetico.


Da molti anni, ormai, l’Iran sostiene di aver bisogno dell’uranio al 20% per alimentare un reattore nucleare a Teheran, che produce isotopi radioattivi impiegati nella cura del cancro in 200 ospedali iraniani. L’America ha tentato ad opporsi negli anni, anche se la neoeletta Amministrazione Obama aveva teso la mano al presidente iraniano, sperando in rapporti diplomatici più distesi; i risultati erano stati però deludenti, anche perché se ad Ahmmadinejad si toglieva l’alibi del “Satana americano” da combattere, il suo consenso rischiava di crollare a terra; non a caso il presidente, esponente di quegli ambienti paramilitari e nazionalisti anni Ottanta che, nei 27 anni della Repubblica Islamica, non aveva mai potuto partecipare al potere, si circondava di guardie del corpo native del suo stesso villaggio, temendo di essere assassinato in qualsiasi momento dai suoi connazionali.

Con Hassan Rouhani la situazione non è cambiata. In realtà, la ruggine tra Iran e Stati Uniti è molto antica; furono gli Stati Uniti, nel 1970, ad esercitare pressioni per la nuclearizzazione dell’Iran, permettendo ad un’azienda statunitense la costruzione di un reattore a Teheran; ma all’epoca l’Iran era guidato dallo scià Rezha Palhevi, un amico imposto da Washington dopo che, negli anni Cinquanta, il primo ministro Mossadeq aveva nazionalizzato le industrie petrolifere, scatenando la dura reazione di inglesi e americani. Furono questi a fomentare il colpo di stato che portò all’instaurazione della dinastia dei Palhevi.

La rivoluzione che portò al potere gli ayatollah non indusse peraltro l’Iran a dotarsi di armi atomiche, ed anzi il nucleare continuò ad essere usato per la produzione di radioisotopi da utilizzare in campo medico, industriale ed agricolo. Sino a poco tempo fa la capacità offensiva iraniana si limitava dunque a missili a medio e lungo raggio. Ma secondo la CIA i tecnici iraniani avrebbero studiato un missile in grado di trasportare una testata nucleare. Non sappiamo se abbiano avuto successo: Teheran ha sempre negato e ci credeva poco anche il direttore del Consiglio Nazionale israeliano Giora Eiland, secondo cui l’Iran ha sempre sofferto di un gap tecnologico e di tempo tra la produzione dell’uranio arricchito e l’effettiva realizzazione di una bomba atomica. A meno che la tecnologia non venisse compriata dalle ex Repubbliche sovietiche.


Ci sono foto satellitari dell'epoca di Obama, sulle quali i democratici hanno dormito saporitamente, di una base segreta per la costruzione di ordigni a Natane e video delle cupole della centrale di Bushey, il cui accesso è rigorosamente proibito ai giornalisti ed agli occidentali, ove si vocifera esistano due reattori per uso bellico. Vedremo se Trump andrà a fondo di questa spy-story.

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