Fanatismo islamico

Gli jihadisti vengono reclutati anche nelle carceri italiane

Emerge dalle confessioni di un pusher tunisino che evidenziano come all'interno del nostro Paese sia possibile reclutare nuovi potenziali terroristi, pronti e determinarti a seminare terrore e morte in Europa

Ismaele Rognoni
Carceri sovraffollate in Basilicata. E poca polizia penitenziaria

Riguardo alle carceri spesso si è parlato di sovraffollamento o delle pessime condizioni di vita in cui vivono alcuni detenuti, ma purtroppo un male ancora più infido e oscuro si annida al loro interno: il reclutamento di potenziali terroristi, invasi e determinati a seminare terrore e morte in tutta Europa. Questo è quanto emerge dal racconto in un pusher tunisino che è stato in moltissime carceri italiane come quelle di Rebibbia, Firenze, Milano e Venezia.
Il tunisino era entrato nel giro di una rete di spacciatori extracomunitari e frequentava una moschea irregolare alla Garbatella dove dormivano e coltivavano droga. La prima volta che finì in galera fu con l'accusa di tentato omicidio e spaccio dato che avevano assaltato un clan di pusher nigeriani. 

Il reclutatore islamico era un egiziano, di convinzione salafita che è la corrente più radicale di questa religione, che conosceva a memoria tutti i versetti del Corano e li indottrinava con storie riguardanti l'islam conquistatore del mondo e dell'emiro Osama che aveva terrorizzato gli Stati Uniti d'America. 
All'interno delle galere è pratica comune, onde evitare risse continue, mettere gli islamici con gli islamici ed è questo uno degli errori più grossi dato che così si permettere una più facile radicalizzazione. Inoltre concedono facilmente dei tappeti e dei luoghi dove pregare, con il benestare del cappellano del carcere e del direttore, e idolatrare le opere del Califfato

Il reclutatore individua i soggetti peggiori e tenta di convertirli nel fanatismo più cieco, attirandoli a sè con cibo, soldi e cellulari ottenuti mediante la corruzione delle guardie. 
Ora questo predicatore islamico è morto, ma quanti altri ancora ce ne saranno nelle nostre carceri?


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