"accoglienza, accoglienza"

Italia, porte aperte pure al jihad

Individuata un'organizzazione "concreta minaccia alla sicurezza nazionale poiché in grado di fornire a diversi clandestini un passaggio marittimo occulto, sicuro e celere"

Redazione
Italia, porte aperte pure al jihad

"Tutti in festa per i 49 migranti fatti sbarcare a Malta e poi ridistribuiti in Europa. Sotto silenzio invece la notizia che è stata scoperta un'organizzazione che porta in Italia jihadisti sui barconi". Così oggi, nell'editoriale de La Verità il direttore Maurizio Belpietro. Che staffila l'ipocrisia buonista, stigmatizzando le "foto di esultanza dei richiedenti asilo, dichiarazioni del premier maltese che ha deciso di farli scendere a terra, filmati del trasbordo dalla nave della Ong a quella di soccorso... addirittura la diretta tv dell'arrivo a Malta del gruppetto di extracominitari".

A fronte di ciò che giustamente Belpietro definisce "un evento più coperto dell'incoronazione di un capo di Stato", passa invece sotto silenzio la notizia che andiamo a sottoporvi. "Ho deciso di parlare per evitare che arrivasse in Italia un esercito di kamikaze. Vi racconto come funzionano gli 'sbarchi fantasma' dalla Tunisia alla Sicilia". E' l'agosto del 2016 e il primo pentito della Jihad decide di saltare il fosso e raccontare agli investigatori come funzionano queste 'agenzie di viaggio' all inclusive che, in cambio di circa 2.500 euro prevedono un viaggio a bordo di gommoni superveloci, ultimo modello. Tunisia-Sicilia in poche ore. E tutto senza rischio, come invece accade a chi fa la traversata dalla Libia a bordo di barconi malandati o di gommoni bucati.

Grazie al racconto del collaboratore di giustizia tunisino, è scattato il blitz anti terrorismo, coordinato dalla Dda di Palermo, e condotto dal Ros dei Carabinieri e dell'Arma territoriale di Palermo e Trapani, che ha portato al fermo di quindici persone. I magistrati della Procura antimafia di Palermo sono convinti che ci sia una "attuale e concreta minaccia alla sicurezza nazionale". Non soltanto traffico di uomini e sigarette, ma anche il "rischio terrorismo di matrice jihadista", come emerge dalle carte della Procura. "Sussistono significativi ed univoci elementi per ritenere che l'organizzazione costituisca un'attuale e concreta minaccia alla sicurezza nazionale poiché in grado di fornire a diversi clandestini un passaggio marittimo occulto, sicuro e celere che, proprio per queste caratteristiche, risulta particolarmente appetibile anche per quei soggetti ricercati dalle forze di sicurezza tunisine, in quanto gravati da precedenti penali o di polizia ovvero sospettati di connessioni con formazioni terroristiche di matrice confessionale", scrivono nel provvedimento di fermo il Procuratore aggiunto Marzia Sabella e i pm Calogero Ferrara e Claudia Ferrari, che hanno coordinato l'indagine.


Uno degli indagati, in particolare, risulta essere contiguo "ad ambienti terroristici a sfondo jihadista pro Isis in favore di cui, attraverso la sua pagina Facebook", ha "posto in essere una significativa azione di propaganda jihadista con incitamento alla violenza ed all'odio razziale". "Ulteriore segno di radicalizzazione a sfondo religioso è l'iscrizione dell'indagato al gruppo Facebook Quelli al quale manca il paradiso".

C'è di tutto nelle immagini trovate dagli inquirenti sui social e sui cellulari di alcuni indagati. Immagini di guerra, immagini di guerriglieri, discorsi propagandistici, immagini di kamikaze e persino uccisioni di ostaggi. "Attraverso strumenti informatici o telematici e segnatamente attraverso il social network Facebook", uno degli indagati ha condiviso "sul suo profilo Facebook e sulle pagine Facebook relative ad altri gruppi, sia aperti che chiusi, materiale propagandistico delle attività svolte da gruppi islamici di natura terroristica, sia di tipo documentale (preghiere, scritti, ordini, istruzioni ed altro) che video-fotografico (scene di guerra, immagini di guerriglieri, discorsi propagandistici, kamikaze, uccisioni di ostaggi ed altro), di cui preliminarmente si riforniva in rete, nonché attraverso altri strumenti di comunicazione e, in particolare, mantenendo contatti e condivisioni con pagine Facebook e profili Facebook tutti inerenti attività di tipo terroristico in Tunisia, in Iraq, in Siria , in Medioriente, in Europa e negli Stati Uniti", come si legge nel provvedimento di fermo della Dda.


Per i pm un ruolo importante lo svolgono i 'mujaheddin virtuali', ritenuti "un formidabile strumento di radicalizzazione delle masse e propaganda dei dettami del terrore di matrice islamica". Uno degli indagati "operando in perfetta coerenza con le attuali caratteristiche della cosiddetta ''Jihad 2.0'' - dicono gli inquirenti - si adoperava per la diffusione e condivisione tramite social network di documenti e di materiale video-fotografico volti al proselitismo e alla promozione dello Stato Islamico Daesh".

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