Riforma in vigore dal 18 maggio

Legittima difesa, un peccato mortale per la sinistra

Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge n. 36/2019 che riforma la disciplina (prima assurda) della legittima difesa domiciliare. L’approvazione delle nuove norme ha svelato ancora una volta la vocazione intrinsecamente totalitaria della sinistra di qualunque sfumatura politica e culturale

Pietro Licciardi
Legittima difesa, un peccato mortale per la sinistra

La difesa è sempre legittima... e ci mancherebbe altro!

Ha fatto discutere la recente approvazione della legge sulla legittima difesa, particolarmente avversata dalle sinistre che hanno agitato lo spettro di un far west prossimo venturo a causa di una incontrollata e massiccia corsa all’acquisto di pistole da parte di cittadini, ai quali non parrebbe finalmente vero di trasformarsi in sceriffi.

Immancabile anche la evocazione delle stragi di innocenti dovute al proliferare di armi da fuoco in mano a maldestri o scapestrati utilizzatori. Insomma, l’Italia come gli Usa, dove periodicamente l’esaltato di turno in qualche cittadina o campus scatena l’inferno e manda al creatore ora gli insegnanti e gli studenti antipatici e bulli, ora i colleghi di ufficio “brutti e cattivi”.

Si tratta veramente delle giuste preoccupazioni di chi ha a cuore la sicurezza e l’ordine sociale?

Se si mastica un po’ di storia è facile comprendere che certe preoccupazioni nascondono, al contrario, ben altro. Ad esempio la vocazione intrinsecamente totalitaria della sinistra di qualunque sfumatura e l’insopprimibile, ideologica avversione per chi non rientra nella categoria degli sfruttati e dei reietti sociali.

C’è stato infatti un tempo in cui in ogni casa c’era almeno un fucile, che serviva per procurarsi il cibo con la caccia, per difendersi dai predatori e dagli animali feroci che scorrazzavano per i boschi e le montagne e anche da briganti e malintenzionati, che in mancanza di telefoni cellulari e veloci “gazzelle” in dotazione alle forze di polizia avrebbero avuto buon gioco nel portare a termine con tranquillità i loro colpi - mentre i gendarmi “accorrevano” a piedi o a cavallo – perpetrati a danno di una popolazione indifesa e disarmata.

Ma, come nei neonati Stati Uniti, avere un fucile in ogni fattoria e in ogni casa era anche una garanzia di libertà. E infatti il secondo emendamento della Costituzione americana recita: "Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben organizzata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere infranto". Il che per inciso è molto di più della semplice enunciazione di un diritto poiché, essendo inserito nel Bill of Rights, ovvero il decalogo che precede la Costituzione vera e propria, rappresenta una dichiarazione di sovranità della persona rispetto allo Stato.

In Europa fu la Rivoluzione Francese, madre di tutti i totalitarismi moderni, che sancì il progressivo assoggettamento del “cittadino” ad un sempre più invadente e onnipresente apparato statale il quale erose fino ad annullare quello che era sempre stato dato per scontato: il diritto, e il dovere, di possedere un’arma. E con la Rivoluzione fece anche la sua comparsa la leva obbligatoria, la statalizzazione dell’educazione, l’accentramento della giustizia… Insomma all’individuo si andò sostituendo lo Stato, sempre più propenso a stroncare con la forza ogni opposizione popolare ai suoi diktat o prevaricazioni.

Quanto fosse pericoloso lasciare ai “cittadini” certe libertà lo sperimentarono a loro spese prima Napoleone Bonaparte, che arrivato in Italia nel 1796 si trovò a dover fronteggiare in tutta la Penisola le rivolte spontanee del popolo in armi pronto a difendere i legittimi sovrani e la religione dall’invasore francese (le cosiddette insorgenze), poi Giuseppe Garibaldi e i Savoia che, venuti come conquistatori al Sud per rovesciare il legittimo sovrano, rapinarne le casse e dileggiare la religione dei padri in nome di una certa unità nazionale, si trovarono ancora una volta contro il popolo, definito “brigante”. Così addio a schioppi e doppiette, diventate sempre più un lusso anche per andare a caccia, considerato il costo di permessi, licenze e porto d’armi.

Ma la sicurezza? Dirà qualcuno. Balle. Pensiamo alla Svizzera, dove ancora oggi tutti i maschi abili al servizio militare dopo qualche settimana di addestramento in caserma si portano armi ed equipaggiamento a casa; quindi non pistolette e schioppi ma fucili automatici da guerra in quasi ogni casa. Eppure avete mai sentito in tv di una qualche ecatombe domestica?

Evidentemente non è il bene dei cittadini che sta a cuore, bensì il fatto che quando c’è un fucile in ogni casa lo Stato, o la lobby politica - più o meno “democratica”-  che lo tiene in mano, ci pensa due volte prima di promulgare leggi liberticide che possono far alquanto incavolare i suoi cittadini. E questo ai cultori dello Stato-padrone non piace.

Come non piace il fatto che possa essere il singolo padre di famiglia a proteggere i propri beni e la casa da eventuali malintenzionati, perché anche se il Muro è caduto e il comunismo è morto l’ideologia e i suoi epigoni sono ancora vivi e vegeti. Per gli orfani di Marx infatti il ladro in fondo non è che un proletario, una vittima della società borghese che nel portare a segno i suoi colpi non fa altro che riappropriarsi di quando i cattivi capitalisti gli hanno sottratto. E se, di fronte all’intruso che nottetempo si introduce in casa per minacciare te e i tuoi cari, scatta la reazione, addirittura armata, ai loro occhi non sei che un esecrando borghese che vuole difendere i propri privilegi. Ecco tra l’altro spiegato il motivo di certe assurde sentenze di certa magistratura ideologizzata che spesso e volentieri manda subito libero il delinquente e condanna l’aggredito al risarcimento del malintenzionato o addirittura alla galera. Un po’ come avveniva nell’Unione Sovietica, dove, ci ha spiegato Aleksandr Solženicyn, nei Gulag siberiani i delinquenti comuni erano trattati meglio degli altri detenuti.

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