il golpe costituzionale

Gli sceriffi di Nottingham e il nuovo centralismo democratico

Con la riforma sarà lo Stato a decidere l’entità dei trasferimenti per far funzionare i Comuni, entrando nel dettaglio delle valutazioni. Una sorta di costi standard per tutti, fuorché per gli organi statali...

Ennio Castiglioni
Gli sceriffi di Nottingham e il nuovo centralismo democratico

La riforma costituzionale di Renzi, se approvata, cambierà il Senato, ma in peggio. Non lo abolisce (altro che tagli della politica) ma lo ripartisce così : 21 sindaci, 74 consiglieri regionali e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Ed ecco la prima anomalia: contando bene, i Consigli regionali in Italia sono venti, in quanto anche il Trentino-Alto Adige ha un consiglio regionale, malgrado nel territorio ci siano anche due Consigli delle Province autonome. Ecco allora che il Trentino-Alto Adige potrebbe avere 3 sindaci-senatori. Quindi la Lombardia, con circa 10 milioni di abitanti, avrebbe 1 sindaco come il Molise, con poco più di 300 mila abitanti, mentre il Trentino Alto Adige, con poco più di 1 milione di abitanti, potrebbe avere 2 o 3 sindaci.


Va anche detto che l’unica disposizione che sembra manifestare attenzione alle autonomie locali è una norma (introdotta all’art. 119) che, da un lato sembra voler assicurare le risorse necessarie all’esercizio delle funzioni, ma dall’altro rimette totalmente allo Stato ogni valutazione in materia. Il che significa che, sostanzialmente, sarà lo Stato a decidere l’entità dei trasferimenti per far funzionare i Comuni, entrando nel dettaglio delle valutazioni. In altre parole, vengono introdotti i costi standard per tutti ma non per Ministeri, organi statali ecc...

La nuova Costituzione, inoltre, finirà per piegare ogni autonomia locale sull’altare di un centralismo democratico, che non evoca buona memoria, in chi la possiede ancora. I Sindaci diverranno gli esattori dello Stato centrale sul territorio; il Comune sarà ridotto a livello di un esattore di balzelli fiscali, sempre più aspri; le tasse saranno sempre più alte a livello locale, raccolte dai Municipi per conto dello Stato centrale.

I sindaci finiranno per venire arruolati come prefetti o, peggio, come dipendenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Come tanti sceriffi di Nottingham, intenti a recuperare tassazione per il principe Riccardo. Dovranno metterci la faccia con i cittadini per conto del Governo e non potranno gestire in autonomia le risorse raccolte che andranno a Roma e verranno ritrasferite nelle quantità e per gli scopi decisi dal centro.

Un esempio illuminante? Lo Stato restituisce ai Comuni i soldi della tassa sulla prima casa, e questo va bene. Ovviamente. Peccato che, oggettivamente, in questo modo si torna alla finanza locale stile anni ‘70, basata sui trasferimenti dallo Stato. La finanza derivata, appunto. La cifra di quell’assegno è fissata sulla base della Tasi incassata l’anno precedente. Così accadrà che i Comuni virtuosi che avevano tenuto basse le aliquote, per non danneggiare i cittadini, si troveranno meno soldi da spendere. E i Comuni meno virtuosi, che hanno gravato di più sulle tasche dei contribuenti potranno godere di maggiori risorse.

A questo punto sorge spontanea una domanda. Chi sono i veri spendaccioni? Perché la spesa dei Comuni vale poco più del 7% rispetto al totale della spesa pubblica italiana. Vuol dire un quattordicesimo del totale. E rappresenta solo il 2% del debito complessivo contrato dalla Pubblica Amministrazione nel suo complesso. Quindi per ogni euro tagliato nei bilanci dei Comuni che sarebbe stato legittimo vederne tagliati almeno 14 nel totale della spesa pubblica.

Nel corso del quinquennio che va dal 2010 al 2015 i bilanci delle amministrazioni comunali si sono trovati privati di oltre 12 miliardi di euro. Secondo la proporzione 1 a 14, la spesa pubblica italiana è stata tagliata dei 168 miliardi? Certo che no! E i numeri del bilancio dello Stato, purtroppo, confermano che la spesa pubblica ha continuato incessantemente a crescere. Ecco chi sono i veri spendaccioni...

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