Oggi la XXVIII Giornata Mondiale del malato

Caro e dolce mi è morir…

La morte e la sofferenza sono un dono. Pazzia? No, sapienza della fede cristiana, oggi dimenticata in un mondo sempre più disperato e ateo

Pietro Licciardi
Caro e dolce mi è morir…

Locandina della XXVIII Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2020)

Ogni anno l’11 Febbraio la Chiesa cattolica celebra la Giornata Mondiale del malato, ottima occasione per riflettere sulla malattia e sulla morte.

Che malattia e morte siano condizioni ineluttabili della nostra esistenza, essendo noi creature delicate e non a troppo lunga conservazione, dovrebbe essere noto e scontato ma a quanto pare non è affatto così a giudicare dalla psicosi che l’epidemia cinese, ha scatenato. Tutti quanti abbiamo una paura fottuta di morire e ancor più di soffrire al punto che anche senza un pericolo pandemia qualsiasi malattia e il dolore sono jatture dalle quali fuggire a gambe levate, preferendo addirittura una iniezione letale alla prospettiva di poter patire.

È senz’altro questo uno dei più evidenti “segni dei tempi”, per usare un termine che piace tanto a certo clero, che dà la misura del grado di ateismo contemporaneo, anche di tanti che si definiscono cattolici.

Eppure, in una prospettiva di fede la morte non è affatto una sciagura e la sofferenza propria o dei nostri cari può addirittura essere un dono. Sì, avete letto bene: un dono.

Morire è dolce per chi sa che il suo passaggio su questa terra è solo una tappa, una prova attraverso la quale conoscere Dio, amarlo e guadagnarsi così il premio della vita eterna, mettendo finalmente il punto sulle tribolazioni terrene. Avere paura del trapasso è tipico dell’ateo, per il quale tutto si risolve in questo mondo perché dopo c’è il nulla.

Ma anche la sofferenza è dolce se serve a scontare qui e ora i propri eventuali peccati. Meglio soffrire per mesi o magari per anni che stare chissà quanto in purgatorio, il cui fuoco non è meno intenso di quello infernale. Figuriamoci poi se questo dolore l’inferno ce lo facesse addirittura scampare.

Intendiamoci, questo non vuol dire che uno certe prove se le deve necessariamente andare a cercare... La malattia infatti è un evento che mette tutto il proprio essere alla prova e coinvolge anche chi ci sta accanto con effetti talvolta molto pesanti. Si pensi a quelle famiglie con un bambino malato di tumore o con un handicappato grave. Per questo è bene lasciare al Signore decidere a chi tocca, soprattutto perché quando è Lui a caricarci di una croce sulle spalle mai la fa pesare più di quanto possiamo sopportare.

Soffrire può esser dolce, dicevamo, perché ci fa scontare gli eventuali peccati e accorcia il tempo di attesa nell’anticamera per la felicità eterna, ma se uno non è un peccatore incallito da meritarsi una lunga, penosa e dolorosa malattia? Ebbene, siccome il modo più sicuro per guadagnarsi il paradiso è l’amore probabilmente il Signore vuole che le pene patite siano un dono per qualche sconosciuto che da questa sofferenza trarrà un qualche grande vantaggio, magari la conversione; e quale più grande dimostrazione d’amore per il prossimo che questa? 

Talvolta Dio è esigente – del resto non ci ha forse già messo in guardia sul fatto che la vita non è affatto rose e fiori? - e mette la croce sulle spalle non soltanto del singolo ma di tutti quelli che gli stanno accanto e gli vogliono bene. C’è da tremare al pensiero di quel che devono passare quelle famiglie in cui magari è un bambino ad ammalarsi gravemente, affrontando cure che sono un vero calvario per poi neppure riuscire a guarire. Anche per loro vale quanto sopra: più esercitano la virtù della carità, assistendo, amando e curando più ne avranno un immenso bene in vista dell’eternità.

L’economia dell’amore, che regola il mondo della fede cristiana, è alquanto difficile da comprendere. Del resto, è anche per questo che sta scritto che i cristiani vivono nel mondo ma non ragionano con le categorie del mondo.

Purtroppo, di tutto questo molti preti non parlano più. Per alcuni di loro l’inferno neppure esiste e il paradiso è gratis a prescindere, quindi che senso ha soffrire per sfuggire a quello e guadagnarsi quell’altro?

E così rimaniamo sempre più soli e disperati ad affrontare la malattia e la morte. E non comprendendone più il significato quando arriva il Satanasso travestito da parlamentare “progressista” che ci insollucchera con le “umanitarie” sorti dell’omicidio legalizzato del sofferente mediante eutanasia, eccoci belli e pronti a esprimere il nostro referendario “Sì”.

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