si è spento il grande sociologo

La scomparsa di Zygmunt Bauman

Con le sue opere è divenuto il dissenziente vate della frammentazione etica della nostra società, il fine inquisitore della globalizzazione, nonchè il pervicace critico di uno sfrenato consumismo e di una egoista politica minante l'identità e la libertà personale

Stefania Genovese
La scomparsa di Zygmunt Bauman

Il nostro secolo ha perso un eminente pensatore che ha attraversato e vissuto personalmente grandi mutamenti storici e culturali e che si è adoprato per interpretarli in modo così profondo, tanto da coniare il termine di "società liquida": ciò sta ad indicare la fase attuale della nostra esistenza ossia, la postmodernità, che vede l'uomo d'oggi dilaniato e disorientato per essersi trasformato da protagonista del suo tempo, a mero consumatore costretto dalla globalizzazione ad adeguarsi alle frenesie ed ai dettami del gruppo. Per questo motivo Zygmunt Bauman ha additato taluni meccanismi contorti del web; lo stesso Facebook, è a suo giudizio, una menzognera cassa di risonanza dove i partecipanti si illudono di ottenere accettazione e compiacimento dagli altri interlocutori con cui intessono una comunicazione effimera, livellante e non dialogica, e dove spesso il "pathos" è solo un ripetuto cliccare meccanico ed impulsivo su schemi già predefiniti dal programma.


L'anglo-polacco Bauman, dotato di una acuta mente speculativa, è diventato il fine predittore delle trasformazioni sorte in seno alla nostra società frammentata e sempre più costellata dalla paura e dal disorientamento. Perciò egli ha saputo riflettere sull'omologazione planetaria imperante che ha tristemente condotto l'uomo a divenire una larva mercificata, apatica e passiva incapace ormai di porsi con atteggiamento critico nei confronti della realtà in cui vive ma solamente aduso ad accettare aprioristicamente e dogmaticamente un modello culturale e politico che lo spersonalizza e lo aliena. Nei suoi eloquenti e sottili scritti ci ha mostrato come la mente di migliaia di persone sia divenuta "liquida", altresì "porosa", come una spugna che assorbe incoscientemente ed inconsapevolmente dettami fatui e illusori che ne riempiono il pensiero ma che mai vengono metabolizzati o dibattuti. 


Per questo motivo Bauman additava con fine intuito tutti quegli atteggiamenti dicotici che ci hanno condotto alla perdita di speranza e di futuro, indagando i motivi per cui già durante il XX secolo, ad esempio, a poco a poco il territorio urbano è andato trasformandosi in uno scenario di precarietà ed angoscie diffuse, dove la speranza è ormai decaduta e dove l'emancipazione sociale e la mobilità sono ormai delle chimere irraggiungibili. La vita nelle città è ormai scaduta e dicotoma; da una parte c'è il rifiuto di mescolarsi all'altro, al diverso, scivolando verso l'autosegregazione, dall'altra c'è una accettazione incondizionata ed enfatizzante. Entrambi gli atteggiamenti denotano la mancanza di una coscienza critica e la riluttanza nel conoscere ed approfondire l'incontro con l'altro, instaurando un dialogo costruttivo che non sfoci mai nell'annullamento e nel diniego della propria identità e retaggio culturale ma che recuperi equilibrate emozioni, dosando rispetto ed empatia. Ciò comporterebbe per Bauman anche una rivisitazione della nostra morale che è una base fondante della nostra società ma che deve confontarsi con una società sempre più complessa necessitante regole sempre più sofisticate e da perfezionarsi sulle esigenze di un presente troppo frammentario ed autolesionista.


Occorreva per Bauman sapere comunque accettare la sfida delle diversità e non blindarsi dietro a comunità chiuse o paranoie da "scontri di civiltà"; a suo giudizioo era necessario squarciare il ruolo della "persona-maschera" che incontriamo per comprenderne la vera e pura personalità e non  l'etichetta che è deputato ad interpretare per la sua appartenenza ad un determinato contesto socio-collettivo. Perciò una delle sue più fondamentali asserzioni era quella che poneva il dialogo come una basilare e più che necessaria fonte di libertà, comprensione e consapevolezza. Il "fallimento di una relazione", asseriva Bauman, era per lui "sempre un default, un fallimento di comunicazione". Inoltre la scienza stessa per Baumann acquisiva significato e valore solo se essa si protende verso il bene dell'umanità e non quando viene assoldata per fini di lucro e di speculazione. Durante una delle sue ultime relazioni affermò che mai, neppure sotto i regimi più totalitari, aveva assistito ad una così grande perdita di speranza nel futuro ed ad una così grave macrofrantuamazione dei valori che soggiacevano a standard portatori di diseguaglianze e frustrazioni per l'essere umano.


E come negare questa sua lucida analisi, che pare ai nostri tempi, divenuta una ripetuta e cantalinante massima quotidiana sospesa a guisa di anatema sulla sorte di milioni di giovani? Le fonti del profitto gravano sulle spalle di generazione di inebetiti consumatori che accettano di vivere in una continua incertezza perpetrata dalla politica che diviene uno strumento coercitivo che mina la solidarietà dei rapporti umani. Nel nostro mondo si preannuncia un futuro gravato da obblighi che limitano la libertà e che privano delle possibilità di accettare nuove opportunità e prospettive innovative.


Bisognava così per Bauman riscoprire la capacità di isolarsi e meditare per poter porre un freno a questa sconsiderata frenesia che ci trascina in rapporti effimeri e velocizzati, negandoci la possibilità di meditare sulla reale e veridica portata dei nostri sentimenti. Finalmente così saremo individui in grado di analizzare con calma e ponderazione i mutamenti epocali di cui siamo testimoni, riscoprendo emozioni sdoganate dai diktat impostici dai mass-media dalle pubblicità e dai giochi della politica corrotta. Per chi volesse approfondire gli studi di questo eminente maître à penser, ricordiamo La solitudine del cittadino globale, Modernità Liquida, La cultura nell'età dei consumi e il testo della sua lectio magistralis tenuta il 9 maggio 2014 al Centro Congressi Giovanni XXII di Bergamo intitolata "I confini del mondo e le speranze degli uomini".

 

 

 

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