Intervista allo scrittore e filosofo

Marcello Veneziani censurato dagli psicologi: "Il politicamente corretto è una malattia"

Appelli "antifascisti" contro la partecipazione dell'intellettuale a un convegno organizzato dal Cipa: "Siamo al branco che si schiera contro chi non è allineato. Ormai esiste il reato di stare dall’altra parte, viviamo in una pericolosa fase di grande conformismo"

Marco Dozio
Marcello Veneziani censurato dagli psicologi: "Il politicamente corretto è una malattia"

Foto da internet

In Italia la sinistra, in quanto superiore moralmente, può esercitare una censura strisciante, mascherata o palese. In questo caso palese, con tanto di appello “antifascista” come negli anni bui della contrapposizione ideologica. È successo che all’interno del Cipa, Centro italiano di psicologia, sia scoppiata una rivolta “rossa” contro l’ipotesi che Marcello Veneziani presentasse il suo libro a margine di un convegno organizzato dall’associazione a Siracusa. “Consideriamo la sua partecipazione una pubblicità controproducente per la nostra disciplina e per la credibilità del progetto culturale che abbiamo in comune”, scriveva il corposo gruppo di aspiranti censori, bollando lo scrittore, tra un “saluto antifascista” e l’altro, come “ideologo dell’estrema destra”. Il Cipa ha successivamente precisato che la lettera era riconducibile a un dibattito interno e che la partecipazione di Veneziani non sarebbe in discussione. Troppa grazia. 

Veneziani, siamo alle solite? Ci sono persone che vivono "nel giusto" e stabiliscono chi può parlare e chi no?
Purtroppo non si tratta di una vicenda isolata. La novità rispetto ad altri episodi è che è emerso un carteggio sul dibattito relativo alla censura. Più spesso le censure avvengono con modalità soft, per esempio facendo improvvisamente saltare gli inviti ai convegni con ragioni pretestuose. Qui siamo di fronte a una preclusione a priori. Nessuno di loro aveva letto il libro in questione. Si tratta soltanto di un pregiudizio sulla persona e sul fatto che mi sia laureato 40 anni fa con una tesi su Evola.

Chi ha un pensiero difforme viene discriminato proprio dai presunti campioni della tolleranza, i quali ovviamente sono in lotta contro le discriminazioni?
In Italia c’è un antico conformismo che oggi ha preso le vesti del politicamente corretto. Esiste una forma di allineamento gregario: il branco si schiera contro chi non è allineato. Si parla di molte fobie nel nostro Paese, dall’omofobia alla xenofobia, ma nessuno menziona la “destrofobia”, una delle malattie più pronunciate. Che paradossalmente si manifesta in un’epoca in cui la destra quasi non esiste. Io comunque a Siracusa ci sarò e parlerò. Vorrà dire che queste persone, per riprendersi, faranno una terapia di gruppo.

Il pensiero unico, veicolato dalla cappa di conformismo mediatico, non accetta opinioni e soluzioni alternative, oggi più che in passato?
Pensiamo a come i giornali si sono comportati durante le presidenziali francesi. Tutti schierati da una sola parte, quella di Macron. C’erano dibattiti a sei voci in cui i direttori dei giornali dicevano la stessa cosa e stavano dalla stessa parte. Viviamo in una pericolosa fase di grande conformismo, di demonizzazione del candidato o della proposta politica alternativa. Poi i grandi media non riescono a spiegarsi perché mezza società o non va a votare o vota contro di loro. Evidentemente sono in tanti a sentirsi esclusi da questa cappa di conformismo mediatico.

Si può parlare di discriminazione?
Sì, e questa discriminazione finisce per esasperare i toni anche delle persone più ragionevoli e realiste, le quali diventano radicali e arrabbiate perché si rendono conto che esiste un’esclusione a priori, che esiste il reato di stare dall’altra parte.

Un esempio?
Pensiamo al terrorismo psicologico esercitato nei confronti di Melenchon, il leader della sinistra francese che non si era pronunciato a favore di uno o dell’altro candidato. Ogni giorno i media insistevano sul fatto che “si ostina a non dire il nome di Macron”, come se avesse una pistola alla tempia, come se una persona non fosse libera di avere un’altra opinione. E certamente il problema è molto più vasto del caso Macron.

Nonostante i martellanti condizionamenti mediatici, le popolazioni hanno saputo scegliere l’alternativa demonizzata, come nel caso di Trump e Brexit. E anche Le Pen, considerato il contesto, ha raccolto consensi notevoli.
A volte gli apparati riescono a prendere il sopravvento. Basti pensare alle scandalose presidenziali in Austria, dove si verificò una chiara manomissione di un certo numero di voti. Poi alcuni mesi dopo riuscirono a rifare le elezioni, in un clima più propizio, ottenendo il risultato desiderato. Le prime elezioni, quelle inficiate, erano la dimostrazione che l’establishment reagisce in tutti i modi, leciti e meno leciti. Resta la ferita: metà della società in Europa e in Occidente non si riconosce nel potere dominante di queste oligarchie.

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