per Evitare guai insanabili

Trieste, 70 avvocati firmano per il NO al referendum costituzionale del 4 dicembre

Evidenziate violazioni della sovranità popolare, rischi per la democrazia e la complicazione dell'iter legislativo in caso di approvazione della riforma

Redazione
Trieste, 70 avvocati firmano un "manifesto" per il NO al referendum del 4 dicembre

Maria Elena Boschi e Matteo Renzi. Foto ANSA

Un "manifesto" per spiegare "alla disorientata opinione pubblica", le ragioni per cui voteranno "NO" al referendum costituzionale del 4 dicembre è stato redatto e sottoscritto all'inizio di ottobre da 70 avvocati del Foro di Trieste. Un'iniziativa che "ha suscitato l'interesse di numerosi avvocati di altri Fori, che si sono fatti promotori di analoghe iniziative nei loro circondari e distretti" come ha reso noto il Comitato a difesa della Costituzione con un comunicato.

I "70" stanno attivandosi a livello cittadino con eventi pubblici, per "contribuire ulteriormente a far chiarezza su una tematica di grandissima rilevanza sociale, qual è la cosiddetta legge Boschi". Per venerdì 14 ottobre hanno convocato una conferenza stampa al "Caffè San Marco", dove gli avvocati Mirta Samengo e Fulvio Vida illustreranno il contenuto del "manifesto" insieme con rappresentanti dello stesso Comitato.

IL TESTO DEL "MANIFESTO DEI 70"

I sottoscritti avvocati del Foro di Trieste, in relazione al prossimo referendum avente oggetto la riforma della Carta costituzionale approvata dal Parlamento, ritengono loro dovere civico di rendere edotti i cittadini delle motivazioni, che di seguito si enumerano, per le quali intendono votare "NO" al referendum in questione.

Un tanto, accantonando con il massimo rigore le personali simpatie politiche, che tra i sottoscrittori sono le più varie, ma rimanendo strettamente ancorati ad una mera valutazione tecnico-giuridica, formulata sulla scorta della rispettiva formazione culturale e sulla comune consapevolezza della funzione pubblica e sociale della professione forense.

1. La cosiddetta "Riforma Boschi" è una legge dal contenuto disomogeneo che sottende a tre complesse questioni di rilevanza costituzionale e che comprendono la modifica di ben 40 articoli della Carta che trattano di temi del tutto dissimili. A fronte di tale complessa articolazione l'elettore sarà chiamato ad esprimersi con un semplicistico SI o un NO, con palese violazione sia della sovranità popolare (art. 1, comma II, Cost.) e sia della libertà di voto (art. 48 Cost.).

2. La cosiddetta "Riforma Boschi" è frutto di un'iniziativa governativa e non di iniziativa parlamentare come invece avrebbe dovuto essere secondo il nostro sistema costituzionale e secondo gli insegnamenti dei nostri padri costituenti, giacché la Costituzione rappresenta la legge fondamentale dello Stato e non un atto di parte, ovvero solo di quelle parti che appoggiano un governo.Tale "tecnica" legislativa ha di fatto abbassato l'approvazione della riforma della Costituzione al livello dell'iter di una legge ordinaria, dove oggi prevalgono interessi di parte e (purtroppo) strafalcioni letterali e giuridici che rendono i testi normativi di difficile e controversa lettura anche per i tecnici del diritto.

3. La cosiddetta "Riforma Boschi" (approvata dalla Camera con 361 voti su 630!) è stata decisa da un Parlamento sul quale pesano fondati dubbi di legittimazione, a seguito della nota sentenza della Corte Costituzionale, n. 1 dd. 13 gennaio 2014 con la quale è stata cassata la legge elettorale previgente e cioè con parlamentari "nominati", insicuri di essere rieletti e perciò esposti ad abituali cambi di casacca (in questo stralcio di legislatura i passaggi da un gruppo parlamentare all'altro sono stati 325 tra Camera e Senato per un totale di 246 parlamentari).

4. La cosiddetta "Riforma Boschi" viola il diritto di elettorato attivo come forma di esercizio della sovranità popolare (art. 1, comma 2, Costituzione), giacché la Costituzione garantisce l'elettività diretta delle assemblee legislative, e non prevede affatto l'interposizione di elezioni di secondo grado e/o indirette come disposte dalla riforma tramite i cosiddetti "grandi elettori regionali". Per tacere del fatto che la nomina a senatore dei sindaci (sulla quale la riforma nulla dice) collide con il principio di ragionevolezza, posto che non è dato di capire come sia possibile adempiere con "disciplina ed onore" (Cost. art. 54) alle due assorbenti funzioni in contemporanea.

5. La cosiddetta "Riforma Boschi", in nome di una pretesa semplificazione dell'iter legislativo, aumenta i procedimenti legislativi di approvazione delle leggi dagli attuali tre (procedimento normale, conversione decreti legge, procedimento di riforma costituzionale) in otto (cfr. artt. 70, 71, 72, 73, e 77 Cost.) con conseguente e fondato rischi di complicare in peggio la tempistica dei provvedimenti.

Oltre a dette stringate ma assorbenti ragioni, si ravvisano nella riforma altre contraddizioni che, per motivi di economia espositiva, vengono qui evidenziate in modo sintetico:

6. La violazione del principio di eguaglianza e ragionevolezza a fronte della macroscopica differenza tra il numero dei deputati (630) con quello dei senatori-sindaci e/o consiglieri regionali (95).

7. L'inspiegabile allargamento ai senatori-sindaci e/o consiglieri regionali del privilegio dell'immunità.

8. Il travaso inorganico di competenze legislative dalle Regioni ordinarie allo Stato per una cinquantina di materie affastellate in 21 lettere dalla a) alla z), con rischio di un perenne conflitto di attribuzioni.

9. L'inspiegabile ed illogico riparto dei numeri dei senatori in riferimento alle singole regioni (per esempio: 14 senatori alla Lombardia e 2 al Friuli Venezia Giulia nella quale le minoranze linguistiche rischiano di rimanere fuori gioco (art. 6 Cost.).

10. L'aumento da 50.000 a 150.000 firme per l'iniziativa legislativa popolare.

11. La contraddittoria compresenza di due forme di referendum abrogativo in base al numero dei proponenti e dei votanti, con la trasparente mira di seppellire definitivamente tale guarentigia costituzionale.

Infine, ultimo ma non ultimo, il potenziale esplosivo che rischia di sviluppare la "Riforma Boschi" se valutata in uno con la nuova legge elettorale (il cosiddetto Italicum).

Il connubio legislativo (Riforma Boschi / Italicum) rischia di far sì che nella scontata ipotesi di ballottaggio, il potere si concentri tutto nelle mani della sola forza politica che raccolga meno del 40% dei votanti e cioè, atteso il dilagante fenomeno dell'astensione, che rappresenti solo il 25% del corpo elettorale.

Questioni e rischi questi per i quali si sono già spese le critiche di costituzionalisti di indiscusso spessore, al di fuori e al di sopra di ogni speculazione partitica, e ai quali gli scriventi fanno qui riferimento, contestando il merito della "Riforma Boschi" che, col preteso stimolo e collegamento con le esigenze di modernità e asserita governabilità del Paese, rischia invece di provocare guasti insanabili al nostro ordinamento democratico che costituisce patrimonio di noi tutti e che tutti siamo chiamati a difendere.

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