Intervista all'editorialista di Libero

Farina: "Gentiloni? Un governo per conservare poltrone e arrivare al vitalizio"

"Il sistema ha la necessità di reggere al colpo del referendum col minor danno possibile. E questo incrocia gli interessi della grande massa dei parlamentari. Ho fatto il deputato anche io, e per gli stessi motivi speravo che la legislatura finisse il più tardi possibile"

Marco Dozio
Farina: "Gentiloni? Un governo per conservare poltrone e arrivare al vitalizio"

Foto ANSA

Il riflesso di autoconservazione del potere e della poltrona, la voglia matta di raggiungere l’agognato vitalizio che per 600 parlamentari significa valicare il fatidico mese di settembre 2017.

Renato Farina, firma di Libero, ex deputato di Forza Italia: il governo Gentiloni incarna la status quo, il sistema che si barrica nel palazzo e il bisogno dei parlamentari di arrivare al vitalizio?
Sì, le due cose si incontrano. Il sistema ha la necessità di reggere al colpo del referendum col minor danno possibile. E questo incrocia gli interessi molto pratici della grande massa dei deputati. Più di 600 tra deputati e senatori sono alla prima legislatura, dunque hanno l’opportunità di avere un vitalizio, anche se non si tratta più dei 2300 euro che spettano tuttora per esempio a Eugenio Scalfari per la legislatura fatta nel 1968: ora parliamo di circa 1500 che equivale comunque alla pensione di un operaio che ha lavorato 40 anni. 

Quindi la questione vitalizio è un tema realmente sul tavolo e non solo “demagogia populista”?
Ho fatto il deputato anche io, e per gli stessi motivi speravo che la legislatura potesse finire il più tardi possibile. È qualcosa che attiene alla natura umana. Il sentimento dominante, anche tra i più idealisti, qualora non avessero la certezza di essere ricandidati e rieletti, è quello di arrivare al vitalizio. Non dico che facciano bene, mi limito ad una constatazione. Insomma tutto congiura a prolungare la legislatura.

A parti invertite cosa sarebbe successo? Immaginiamo il centrodestra che rimedia una batosta simile al referendum e che decide, con un cambio di figurina a Palazzo Chigi, di proseguire come nulla fosse.
Per molto meno abbiamo visto che le piazze si sono mobilitate alla grandissima. In ogni caso non c’è un precedente: quando nel 2006 ci fu il referendum che ha bocciato le riforme del centrodestra c’era già il centrosinistra al governo. Anche allora il centrosinistra mosse tutto il sistema dell’informazione, contando anche sulla delusione cocente che serpeggiava tra i sostenitori del centrodestra, ed ebbe vita facile. Tutti si misero a ridicolizzare il lavoro fatto a Lorenzago, quando invece il progetto tendeva a sistemare i conti dello Stato grazie al federalismo.

Qual è il suo giudizio su Gentiloni?
È un nobiluomo, anche nei modi. Ma incarna l’itinerario classico dell’aristocrazia. È passato dalla sinistra estrema, con una mentalità cristiana di tipo pauperista alla Camillo Torres, a Rutelli. Il problema è che non ha alcuna qualità di leadership. In un paese che va allo sbando, non si può pensare di mettere a Palazzo Chigi una persona che non è stata in grado di dare ordini ai suoi ambasciatori all’Unesco perché votassero contro la disposizione che assegnava la storia di Gerusalemme solo ai palestinesi. Che capacità decisionali ha Gentiloni? È una birra analcolica. Non permette di risolvere il problema. Che in Italia è l’empasse politica, la distanza tra la rappresentanza parlamentare e quella che esiste nel Paese. Occorre una legge elettorale che stabilisca una coerenza tra la volontà del popolo e il governo del Paese.

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