SCHEGGE DVRACRVXIANE

"Sa paradura": quando la solidarietà ha un senso, un indirizzo e un fondamento logico

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

"Sa paradura": quando la solidarietà ha un senso, un indirizzo e un fondamento logico

La Sardegna, una terra meravigliosa e fiera che persino i Romani faticarono a domare. Il Sardo, che molti credono essere un dialetto, è in realtà una lingua romanza giunta dal Latino sino ai nostri giorni senza esser transitata per il Volgare.
“Casu”, il formaggio, è il “caseus” dei Latini; e pochi sanno che lo stesso pecorino romano viene in gran parte prodotto in Sardegna secondo una tradizionale lavorazione casearia che lo accomuna a quello sardo. Insomma, i Sardi sono senz’altro più "romani" degli attuali abitanti di Roma (e non ci vuole molto, purtroppo!).

Appare pertanto naturale che in un simile contesto identitario (non a caso isolano), la globalizzazione fatichi più che altrove ad appiattire le asperità delle differenze e a garantirsi la supina accettazione della “dittatura dell’omogeneizzato” da parte della popolazione.

Ora, entrando nel vivo dell’articolo, resta intuitivo quanto tutto ciò favorisca una concezione nobile e antica della “solidarietà”, a fronte di quella plastificata e svuotata di ogni sostanza affettiva, che oggi i globalisti usano come clava ideologica per svendere qualsiasi qualità alle ragioni del basso mercato, e per sostituire gli Uomini con gli schiavi e il senso di umanità dei primi con l’ovina abnegazione dei secondi.

Ebbene, useremo l’humus sociologico della Sardegna per confrontare due modelli di solidarietà contrapposti: quello archetipo, naturale, proveniente dal “demos” e dalla cultura pastorale, con quello moderno, mercantilista e globalista imposto dall’alto per farci i quattrini.
Nella prima vicenda in esame abbiamo un diciassettenne che, anziché ammorbarsi anima e corpo con "start-up" e cazzate olografiche varie, sogna di fare il pastore.

Sfiga vuole che gli vengano subito rubate le prime pecore affidategli per iniziare la sua attività; ma, a seguito di tale ingiustizia, costui riceve una tale catena di solidarietà, fra i pastori dell’isola che gliene donano altre, e la gente comune che gli invia bonifici per l’acquisto di altre ancora, che in breve tempo rimette in piedi un bel gregge con cui riprendere l’opera di “demiurgo” dell’indispensabile alimentazione quotidiana di ognuno e della millenaria eredità georgica della propria terra.
Già, perché le "sturt up" non si mangiano 3 volte al giorno come latte, pane, carne e formaggio; e chi ha voluto premiare il suo entusiasmo con tale opera di solidarietà pastorale, "sa paradura" appunto, ha onorato tale concetto logico nel migliore dei modi.


Nella seconda vicenda, invece, pur restando sull’isola, incappiamo nella solita amministrazione locale fantoccia, che per obbedire ai dik-tat sostituzionisti e alle piagnucolerie radical-chic, cerca di intortare i suoi elettori sull’opportunità di “provvedere” ad una povertà astratta, virtuale e intangibile...in Senegal, anziché far fronte ai bisogni effettivamente raggiungibili, verificabili e sanabili della propria cittadinanza.

A voi le conclusioni da tirare su questo confronto di solidarietà proposto a parità di coordinate sociologiche spazio-temporali, e cioè la Sardegna dei nostri giorni.
Noi, ovviamente, tifiamo per quel pastorello neppure maggiorenne, e ci complimentiamo con trasmissioni televisive come “Le Iene” che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico, in controtendenza con la solita lagnosa retorica su sbarchi e migrazioni mirata a convincerci che la stanzialità e l’affezione per la propria gente siano solo vetuste forme di provincialismo e, già che ci siamo, anche del solito supergettonato razzismo.
Grande, Elia, sei tutti noi!

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