Siamo i più virtuosi nei conti ma non lo sappiamo, parola dei tedeschi!

Antonio Maria Rinaldi
Siamo i più virtuosi nei conti ma non lo sappiamo, parola dei tedeschi!

Il confronto nella Ue - Fonte: Il Sole 24 Ore

È sempre stato un elemento controverso nella letteratura economica definire la soglia percentuale di sostenibilità o meno di un debito pubblico rispetto al proprio PIL. Uno fra gli studi più accreditati in tal senso a livello internazionale fu senza dubbio quello compiuto da due noti professori di economia americani nel 2010, Reinhart e Rogoff, i quali giunsero alla conclusione finale che tale livello si collocasse al 90% del rapporto debito/PIL.

Addirittura la stessa Commissione Europea prese come riferimento proprio questo studio e di conseguenza tutte le iniziative finanziarie ed economiche di austerity sono state prese in modo che gli Stati membri non oltrepassassero tale limite pena rimbrotti ed invio di “letterine” ad iniziare proprio dall'Italia che costantemente si collocava con rapporti ben superiori. Il caso volle però che nel 2013 un semplice studente di economia del terzo anno riuscì letteralmente a smontare tutto lo studio dei professori di Harvard in quanto scoprì che i risultati erano inficiati da un banale errore nel foglio di calcolo Excel!

Allora, come possiamo definire il corretto livello di sostenibilità? È per prima cosa sbagliato ricorrere semplicemente a delle percentuali secondo degli schemi prefissati da formulette (sbagliate o giuste che siano) e che circoscrivere la sostenibilità di un debito, mettendo in relazione solamente in relazione il debito pubblico di una nazione con il suo PIL, è fondamentalmente errato e fuorviante. Va ricordato poi che non è tanto importante la fotografia istantanea del debito in un certo momento, ma bensì la sua proiezione in funzione degli impegni futuri.

Questa considerazione ci consente di introdurre pertanto il concetto di debito pubblico “esplicito”, cioè quello che in genere si considera comunemente, da quello “implicito”, cioè determinato dagli impegni futuri pensionistici e dai costi futuri, come per esempio per la sanità e l’invecchiamento della popolazione. Infatti se consideriamo il più realistico debito “implicito”, la situazione nei paesi dell’Eurozona cambia ed anche di molto! A supporto di questa tesi vi è proprio un rapporto redatto da un accreditato centro studi di una Fondazione tedesca che studia l’economia di mercato, la Stiftung Marktwirtschaft, il quale incredibilmente stravolge le classifiche “ufficiali” dei paesi in funzione del loro rapporto debito implicito/PIL.

Come è possibile vedere dalla tabella pubblicata da Il Sole 24 Ore, l’Italia ha un risparmio “implicito” attualizzato molto elevato che riduce il debito “esplicito” tanto da farla risultare essere la più virtuosa in assoluto con un rapporto debito pubblico implicito/PIL, addirittura l’unica sotto il famoso parametro di Maastricht del 60%, esattamente al 57%, mentre la Germania si collocherebbe, fra i 28 paesi, al settimo posto con ben il 149%, la Francia al quattordicesimo posto con il 291%, la Spagna al ventiseiesimo con addirittura un impressionante 592% e il Lussemburgo del bigotto Juncker al ventisettesimo posto con un imbarazzante 984%!

Insomma, se si tenesse conto del più realistico debito implicito, proprio l’Italia sarebbe l’unica “fuori” dalle tagliole del Fiscal Compact, visto che non sarebbe costretta a diminuire in vent’anni l’eccedenza di debito pubblico rispetto al rapporto del 60%.

Ma allora perché non s’intraprende una “battaglia” affinché venga considerato d’ora in poi solamente il debito implicito invece di quello esplicito e di conseguenza si ripudiano le imposizioni previste dal Fiscal Compact compreso l’obbligo del pareggio di bilancio inserito anche improvvidamente in Costituzione?

Da ricordare che oltre ad essere utilizzato come strumento coercitivo e di ricatto da parte dell’Unione Europea, che non perde mai l’occasione nel ricordarcelo, il nostro debito pubblico è la principale scusa per il quale si continua letteralmente a tartassare gli italiani con tasse e balzelli di ogni genere, sottraendo in un periodo di crisi economica devastante ulteriori risorse alle aziende e alle famiglie che invece potrebbero essere utilizzate per finanziare investimenti produttivi e consumi.

Insomma i più virtuosi in Europa nei conti (e non solo) siamo alla fine siamo noi, ma non lo sappiamo e soprattutto non lo sanno i nostri politici al governo, sempre più disponibili a fare gli inchini e mettersi sull’attenti al minimo rimbrotto proveniente da Bruxelles, Francoforte e Berlino non facendo in questo modo gli interessi di casa propria. Sarebbe il caso di svegliarsi prima che sia troppo tardi!

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