Barack Hussein Obama: breve storia di una presidenza piena di ombre

Mariano Picarella
Barack Hussein Obama: breve storia di una presidenza piena di ombre
E’ ormai terminata la permanenza alla Casa Bianca del quarantaquattresimo Presidente degli USA, Barack Hussein Obama, primo cittadino di origini afroamericane a ricoprire questa prestigiosa carica, nonché quarto Capo di Stato e di governo americano a vincere il premio Nobel per la pace: prima di lui, in ordine cronologico, Theodore Roosevelt (1906), Thomas Woodrow Wilson (1919), James Earl Carter (2002, da ex Presidente). Molti probabilmente tireranno un bel sospiro di sollievo per la fine di questa lunga presidenza, caratterizzata se si vuole da un primo mandato (2009-2013) durante il quale le priorità sono state, giustamente, il contrasto alla grande recessione abbattutasi sugli USA poco tempo addietro e le profonde modifiche apportate nei sistemi fiscale e sanitario, e da un secondo mandato (2013-2017) invece a dir poco disastroso, soprattutto per quanto riguarda la conduzione della politica estera, in primis i rapporti con la potente ed influente Federazione russa. Andando comunque con ordine, Obama ha indubbiamente ottenuto notevoli successi nel primo quadriennio presidenziale, sia in politica interna sia in quella estera, che non a caso gli sono valsi un’agevole riconferma nelle elezioni presidenziali del 6 novembre 2012, quando sconfisse il candidato repubblicano Willard Mitt Romney. Tutti meriti però che in parte sono stati offuscati dalle pessime e pericolose scelte politiche del secondo quadriennio. Tali meriti sono stati già anticipati: uscita degli USA dalla recessione (anche grazie alle politiche monetarie portate avanti dalla Federal Reserve); diminuzione del tasso di disoccupazione dall’8% all’attuale 4,7% e conseguente creazione di oltre 15 milioni di nuovi posti di lavoro, con il ceto medio che però continua ad essere penalizzato e a non avere certezze; aumento della produzione di energie rinnovabili, soprattutto dopo il fallimento della Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Copenaghen nel dicembre 2009, e senza dimenticare che gli USA hanno avuto un ruolo da protagonista nei recenti Accordi di Parigi sul clima; lotta al terrorismo e uccisione del leader di Al-Qāʿida Osama bin Laden nel maggio 2011 in Pakistan, operazioni che tuttavia non hanno evitato di lasciare ampi spazi di manovra all’ISIS (volutamente o meno non è dato saperlo); gli accordi con l’Iran sul nucleare, favoriti anche dalla propensione al dialogo del Presidente iraniano Hassan Rouhani, ma che al tempo stesso non rappresentano una rinuncia definitiva degli iraniani a dotarsi delle armi nucleari, e con Israele che ovviamente continua a non fidarsi delle belle parole e delle strette di mano tra Obama e il suo omologo iraniano. Le note dolenti sono altrettanto numerose, forse addirittura superiori ai meriti, e se si guarda alle scellerate scelte di politica estera si può affermare con una notevole dose di certezza che il mondo che Obama lascia in eredità al successore Donald Trump non è meno sicuro rispetto a otto anni fa. I flop del Presidente uscente sarebbero in breve i seguenti: la riforma sanitaria (praticamente l’unica in otto anni di presidenza), nota come “Obamacare”, che sembrerebbe un altro successone se si considera che essa ha permesso a circa 12 milioni di americani di avere un più facile accesso alle cure mediche, ma che all’opposto è una riforma che presenta molti limiti, che non ha consentito di abbassare gli altissimi costi della sanità americana e delle polizze; la messa al bando delle armi, quanto meno dei caricatori di grandi capacità, cioè quelli che consentono di sparare decine di proiettili in pochi secondi, e non a caso le stragi in diversi luoghi del territorio statunitense sono continuate con una virulenza impressionante: paradossalmente la NRA, la potente lobby delle armi, è riuscita a convincere il popolo americano del fatto che Obama stava per togliere loro il diritto ad armarsi, facendo in questo modo aumentare vertiginosamente la vendita di armi; il peggioramento delle condizioni di vita e nuovi problemi per la popolazione afroamericana, che lecitamente si sarebbe aspettata molto di più da un Presidente di colore; la legislazione criminale per quanto riguarda il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la difesa incondizionata di associazioni ed istituti, come Planned Parenthood, che praticano aborti indiscriminati con una disinvoltura che mette i brividi, e con la citata Planned Parenthood che ha inoltre finanziato generosamente la campagna elettorale di Hillary Clinton; ciliegina sulla torta del premio Nobel per la pace, il deteriorarsi dei rapporti con la Russia di Putin, in particolar modo a partire dalle vicende nell’Ucraina sud-orientale nel corso del 2014. Ma fermarsi solo alla contrapposizione USA-Russia, fomentata con insistenza dall’amministrazione americana, sarebbe riduttivo, visto che è un po’ tutta la politica estera condotta da Obama ad essere stata fallimentare, poco efficace nella migliore delle ipotesi: l’Iraq continua ad essere una polveriera, a cui si aggiunge il teatro siriano, al centro della scena a causa di una guerra civile che dura ormai da quasi sei anni e che è diventato facile terreno per i terroristi affiliati all’ISIS. Come hanno affermato a più riprese gli esponenti del GOP, in soldoni Obama non è stato capace di spegnere l’incendio che ha avvolto gran parte del mondo arabo, non ha contribuito al processo di pace israelo-palestinese, ha subìto anzi l’iniziativa russa (soprattutto in Ucraina e in Siria), e quella economica e politica della Cina nel continente africano in particolare. Tornando ai pessimi rapporti con i russi, l’amministrazione americana a guida Obama, e purtroppo anche la cieca e servile Unione europea, al pericolo rappresentato dall’ISIS hanno preferito affiancare la “guerrafondaia” e “aggressiva” Russia, come se i due pericoli fossero in qualche modo collegati tra loro. Come già detto, l’Ucraina e la Siria sono casi emblematici, e in entrambi gli USA intravedono nelle scorribande russe (sia militari sia informatiche) una minaccia forse addirittura più letale di quella terroristica. Niente di più paradossale. Si tende a dimenticare il fatto che anche Putin stia combattendo il terrorismo sul suolo siriano, e con risultati indubbiamente più soddisfacenti di quelli ottenuti finora dalla coalizione a guida stelle e strisce. Quindi, sul piano militare, sarebbe più opportuno e più saggio collaborare con il partner russo per far fronte al nemico comune. Collaborazione che ovviamente è da estendersi anche sul piano economico, e qui facciamo un volo da Damasco a Kiev, ossia laddove americani ed europei hanno dato prova di essere ancora più miopi. Ignorando che il popolo dell’Ucraina sud-orientale abbia legittimamente e liberamente chiesto di tornare alla “casa madre”, senza che questa si sia resa responsabile di invasioni o di pressioni di alcun genere, USA e UE non hanno trovato niente di meglio da fare che rispondere con una presenza costante e massiccia della NATO nella zona baltica (a scopo meramente difensivo, si dice) e con pesanti sanzioni economiche, tra l’altro rinnovate lo scorso anno e valide almeno fino al giugno 2017, che molto danno stanno arrecando alle nostre imprese: si calcola infatti che le esportazioni italiane siano calate di 7,5 miliardi in due anni, con il settore agroalimentare particolarmente in sofferenza. Le politiche adottate nei confronti della Russia sono senza ombra di dubbio così sagge ed oculate che non tengono conto del fatto che tra il 2000 ed il 2005 l’interscambio commerciale tra la Russia e l’Occidente sia cresciuto di oltre il 70% e che la Russia sia il terzo partner commerciale dell’UE dopo gli Stati Uniti e la Cina. Altri dati che non giustificano le politiche di cui sopra sono i seguenti: fra i 28 Stati membri dell’UE, la Germania è il più importante esportatore (30% delle esportazioni europee verso la Russia), seguita da Italia (9%), Paesi Bassi e Polonia (7%). Per cui cosa rimane di otto anni di presidenza Obama? Sul fronte interno luci ed ombre, come visto in precedenza. Sul fronte estero disastro quasi totale: ulteriore instabilità in Medio Oriente e pericolose tensioni alle frontiere dell’Europa, area già messa in ginocchio da una perdurante crisi economica, dalle discutibili strategie adottate per farvi fronte e dalla nefasta gestione dell’emergenza migratoria. È pur vero che Obama, nel suo discorso di addio, ha fatto capire che non lascerà la scena politica e che sarà il capo dell’opposizione (“Yes we can, yes we did, yes we can” le sue parole finali). Toccherà però adesso a Trump cercare di rimediare, nei limiti del possibile, agli errori ed orrori del suo predecessore.

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