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Storia di Giorgio, ovvero l'Italia vista dal Giappone

“L’atteggiamento dei giapponesi verso il lavoro è diametralmente opposto a quello a cui siamo abituati in Italia e in Europa"

Lorenzo Fontana
Storia di Giorgio, ovvero l'Italia vista dal Giappone

Con la storia di Giorgio inauguriamo questa rubrica dedicata ai tanti italiani che hanno lasciato il nostro Paese per trasferirsi all’estero. Alcuni per necessità, altri per scelta di vita, in ogni caso tutti portatori di un’esperienza importante che grazie alla loro disponibilità oggi possiamo condividere su queste pagine. Un’occasione per conoscere dall’interno realtà lontante e allo stesso tempo per riflettere su come viene visto il nostro Paese dall’estero, non solo dall’opinione pubblica di quei paesi, ma soprattutto dagli occhi di chi ci conosce bene e da migliaia di chilometri di distanza si interroga su quale futuro aspetta l’Italia in questi anni di grandi cambiamenti. Buona Lettura. 

Giorgio si trasferisce in Giappone quasi 50 anni fa, approfittando di un’occasione lavorativa ed è proprio l’approccio con il mondo del lavoro giapponese il primo shock culturale che si imprime nella sua esperienza. “L’atteggiamento dei giapponesi verso il lavoro – racconta – è diametralmente opposto a quello a cui siamo abituati in Italia e in Europa, per intenderci – spiega Giorgio – fino agli anni ’70 le vacanze non esistevano per nessuno, si lavorava senza sosta il sabato e la domenica, quelli che da noi consideriamo straordinari lavorativi in Giappone rappresentano la normalità e mi ricordo l'impressione di quando, rientrando a notte inoltrata sull'autostrada che attraversa Tokyo, notavo che la maggior parte degli uffici aveva ancora la luce accesa con tutte le formichine in piena attività”.


Sebbene questo sistema si sia negli anni leggermente ammorbidito assorbendo in parte i ritmi americani, l’imperativo del giapponese medio, allergico a qualsiasi sirena sindacale, era e resta quello di “ battere il ferro fin che è caldo”. In Italia invece secondo Giorgio “relativamente al lavoro si teorizza molto, si polemizza troppo, e viene a mancare evidentemente la concretezza.” Anche le istituzioni che all’estero dovrebbero occuparsi di assistere le aziende italiane sembrano risentire della flemma ministeriale, come ha potuto constatare chi, collaborando con una gran varietà di aziende, ha fatto esperienza di come troppo spesso “organizzazioni statali quali l'Istituto per il Commercio Estero, che dovrebbero favorire lo sviluppo delle attività produttive, sembrino sempre troppo impegnate per fornire assistenza alle singole aziende che si trovino in difficoltà”.

Questo atteggiamento ovviamente spesso porta a perdere importanti occasioni commerciali, soprattutto in Paesi altamente competitivi e per molti aspetti difficili come il Giappone dove a fare la differenza potrebbero servire solo “funzionari di grande esperienza, preparati in tutti i campi della vita economica e legale, ad esempio anche sul tema dei marchi asiatici, pronti ad aiutare nel superamento degli imprevedibili ostacoli che da un momento all’altro possono mandare a monte una trattativa”.



“Stando in questo paese – continua Giorgio - ho capito che il lavoro è una cosa estremamente seria, che va presa e curata con la massima attenzione; non bastano estro, fantasia, creatività, fondamentali sono il senso di responsabilità e la competenza. Da noi non è che non ci siano, tutt'altro, soltanto non sono organizzati dovutamente in maniera sistematica”.


Un altro elemento di grande differenza tra l’Italia e il Giappone risiede nel rapporto con l’educazione, a 360 gradi, culturale, fisica, artistica, musicale: “una delle cose che mi colpisce sempre è il fatto che nella maggior parte delle case giapponesi è presente un pianoforte”. Il rapporto con la cultura nel Paese del Sol Levante sembra affrancarsi, nel racconto di Giorgio, dal nozionismo europeo ed italiano, per iscriversi in una tradizione radicata che si fonda sull’autodisciplina operosa, dove ogni attività, dalle più banali abluzioni quotidiane alle più sofisticate arti grafiche come l’elaborata calligrafia del keikogoto, concorrono alla centratura spirituale dell’individuo.


Un ordine interiore che si traduce nell’ordine delle città, con parametri di decoro e pulizia che rende impossibile ai cittadini di Tokyo comprendere e immaginare ad esempio il profondo decadimento attuale della città di Roma. Giorgio a questo proposito racconta come “a Tokyo, dopo il passaggio dei veicoli della Nettezza Urbana, l'incaricato di turno del quartiere esce a controllare la situazione e a sistemare i dettagli finiti accidentalmente fuori posto. E’ nei fatti un residente del quartiere il quale per un periodo determinato è investito della responsabilità con l'Autorità competente. Con questo sistema – spiega - ogni cittadino partecipa attivamente alla amministrazione della cosa pubblica ed è in condizioni di denunciare immediatamente malfunzioni e negligenze”.

Vista da queste latitudini l’Italia deve affrontare la radicata l'abitudine di dar sempre la colpa agli altri per ritrovare “quel minimo di buon senso che ti consente di abbandonare le fatue parole e passare all'opera, alla concretezza per togliersi dal pantano”.



Nonostante ciò è profondamente radicata nell’opinione pubblica giapponese una sincera simpatia per l’Italia, considerata la patria delle arti e della musica, tanto che nella più prestigiosa Università di Musica sono da tempo inseriti maestri italiani e ogni anno molti studenti sono mandati nel nostro paese per perfezionarsi. Tuttavia anche in questo caso purtroppo Giorgio ci racconta un episodio di cui andare poco fieri: “Quando l’Università stava ampliando i suoi locali anni fa aveva richiesto all’Ambasciata Italiana un busto di Giuseppe Verdi da collocare nei nuovi spazi. Purtroppo non se ne fece nulla”.


Sono piccoli episodi apparentemente, ma che rafforzano nel nostro protagonista la convinzione che l’Italia sia ostaggio di un atteggiamento mentale votato al “più sventurato pressapochismo in merito a certe cose davvero fondamentali, mentre su altre d'importanza del tutto secondaria ci blocchiamo completamente proni ad un fanatico formalismo del tutto improduttivo”. “Un altro esempio di questo – racconta - è la povertà dell’offerta culturale dell’Istituto di Cultura Italiana, se paragonato con gli enti omologhi di altri paesi europei, eppure una scuola italiana, impostata principalmente sulla componente artistica qui in Giappone sfonderebbe di sicuro e attirerebbe parecchi studenti anche dalle nazioni vicine”.


Anche qui, a distanza di migliaia di chilometri, Giorgio ci conferma come il problema sembra essere la solita burocrazia ministeriale: “Certo, si comincia a mettere pastoie in merito allo status degli insegnanti, ai programmi ministeriali, alle condizioni di ammissibilità degli studenti e ci si incaglia subito. E' necessaria flessibilità, elasticità mentale, non formalismi e burocrazia, ma concretezza. Il grado di civiltà – conclude - non si valuta dal numero dei timbri, ma da quello che si è in grado di realizzare fattivamente per migliorare il nostro modo di vivere”. E noi ringraziamo il nostro Giorgio per questa sua preziosa testimonianza, di cui faremo tesoro.

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