la populintervista

La Brexit finisce al Pirellone. E per molti diventa un'opportunità. Ma il PD cerca di strumentalizzare

Il leghista Lena: "Siamo contro l'Europa delle multinazionali e delle banche. Vogliamo l'Europa dei popoli e delle Macroregioni". Ma per il PD l'occasione era ghiotta per denunciare i...populisti

Alfredo Lissoni
La Brexit finisce al Pirellone. E per molti diventa un'opportunità. Ma il PD cerca di strumentalizzare

La Brexit è finita persino al Pirellone, la sede milanese del Consiglio regionale lombardo. Dove, martedì 12 luglio, sono state discusse ben quattro mozioni. Solo che, per il PD lombardo, il "Leave" sembrava l'occasione per gettare la croce sui "populisti". Non ce l'hanno fatta. Diverso l'approccio del consigliere regionale leghista Federico Lena, che ha presentato una mozione di ben altro tenore. E ce ne spiega il motivo.

Consigliere Lena, perché della Brexit si è dovuto occupare anche il Pirellone?

Perché si tratta di un tema di importanza tutt’altro che marginale, non soltanto per quanto concerne la Gran Bretagna, ma soprattutto per il futuro dei cittadini di tutta l’Unione Europea.

In che senso?

Qualcosa si è rotto. I tentativi di minimizzare quanto accaduto oltre la Manica giovedì 23 giugno messi in atto da qualcuno, risultano inutili se non addirittura puerili. Abbiamo sentito ad esempio il Presidente del Consiglio italiano dire, a proposito della Brexit e delle sue conseguenze, che “l’Europa è la nostra casa” e che questa avrebbe bisogno di una “rinfrescata”. Ma peggiore ancora è stato assistere al coro degli indignati di professione, di tutti quelli che non hanno esitato un istante a crocifiggere il popolo inglese per una scelta coraggiosa e certamente controcorrente rispetto al sentire comune delle élites. Parlo di élites non a caso, dato che la gente, e il referendum l’ha dimostrato, è di tutt’altro avviso. In questi giorni si è sentito di tutto e non sono mancati colpi bassi da chi ha cercato, neanche troppo velatamente, di far passare coloro che hanno espresso il loro dissenso alla stregua di ignoranti e retrogradi. Per non parlare poi di quelli, e non sono stati pochi, che hanno criticato aspramente il ricorso allo strumento referendario, dicendo che i cittadini non sono in grado di decidere da soli su certi temi.

Lei non è d'accordo?

Si tratta di una tesi molto strana, concedetemelo, in particolare per chi non perde occasione di infilare le parole “democrazia” e “democratico” ovunque, appena possibile. Gli stessi che però, quando si tratta di dare davvero la parola agli elettori, per decisioni che hanno un impatto enorme sulla loro esistenza, se ne escono con mille e più distinguo, preoccupati che il cittadino medio possa realmente esercitare la sua sovranità. Un’idea davvero singolare di democrazia, anche perché portando il ragionamento alle estreme conseguenze non si riesce proprio a capire come, se il cittadino è per definizione così “immaturo”, gli sia data la possibilità di scegliere i propri governanti.


Secondo lei, cosa ha determinato la vittoria dei Leave?

Nel mare di opinioni a senso unico che hanno investito il voto britannico, sono stati pochissimi quelli che si sono soffermati a riflettere sulle vere cause di quanto accaduto, e ancora meno coloro che hanno individuato in modo critico le innegabili, e aggiungo enormi, responsabilità dell’Unione Europea in questa partita. I tanti e troppi errori ripetuti in continuazione che hanno accompagnato per mano gli inglesi direttamente a varcare la porta d’uscita di qualcosa che avrebbe dovuto essere una federazione di Stati ma, nel concreto, si è rivelata soltanto un enorme apparato burocratico, finalizzato a fare gli interessi di pochi, spesso sulla pelle dei più. In questo senso le classi dirigenti stanno dimostrando un livello di immaturità imbarazzante. Nessuna autocritica, nessuna colpa, nessuna responsabilità. A sentire le voci di certi personaggi il grande demone oggi si chiama “suffragio universale.”
Parlare di “rinfrescata della casa in cui abitiamo”, come ha fatto Renzi, non significa soltanto minimizzare un evento dalla portata storica, significa anche non mettere in discussione pressoché nulla delle moltissime cose che in quest’Europa non funzionano. Per carità non è soltanto il nostro Premier a commettere questo gravissimo errore; anche altri capi di stato non stanno perdendo occasione di dimostrare che in Europa la principale carenza è quella di statisti.

Quindi la colpa della Brexit è soprattutto dei politici Ue?

Si potrebbe stare qui delle ore a discutere delle piccole e grandi contraddizioni dell’Unione. Potremmo addentrarci in discorsi complessi sull’economia, palesando come la cosiddetta politica dell’austerità abbia avvantaggiato solo alcuni, sempre gli stessi, causando danni ad altri. Si potrebbe parlare del fallimento nella difesa della nostra produzione dalla concorrenza sleale dei Paesi emergenti. Ci sarebbe molto da dire anche sulle politiche di contenimento dei flussi migratori, che hanno dimostrato l’assoluta inconsistenza dell’Unione Europea sul tema, dove alcuni Paesi sono stati gentilmente invitati ad “arrangiarsi”, con la vaga promessa di qualche quattrino per gestire l’emergenza, a patto, naturalmente, che i clandestini se li tengano ben stretti gli Stati di confine, come l’Italia. Si potrebbe infine mettere l’accento su come l’Europa del presente non segua affatto il principio democratico, con un Parlamento con ben pochi poteri, con un sistema che si regge su meccanismi che non godono di nessuna legittimazione popolare e fanno perno su apparati che costituiscono, di fatto, un regime di natura tecnocratica.

Come spiega, allora, il risultato del voto?

Pochissime voci fuori dal coro si sono soffermate ad analizzare le responsabilità di quello che è accaduto nel Regno Unito. Si è scelto di reagire come se nulla fosse, in modo acritico, limitandosi a stigmatizzare il comportamento degli abitanti della Gran Bretagna, profetizzando loro un futuro terribile, ed evitando accuratamente di trarne l’unica lezione possibile, ovvero che se si continuerà a percorrere la stessa strada intrapresa fino ad oggi il destino dell’Unione Europea sarà segnato.


Quale era il contenuto della mozione che ha presentato lei?

Premesso che la Lega è contro quest'Europa delle multinazionali e delle banche, ma a favore di un'Europa dei popoli e delle Macroregioni, facevo riferimento al Tavolo Brexit, convocato l'8 luglio scorso a Palazzo Lombardia, nella sede cioè della Giunta Regionale, che ha riunito i rappresentanti del sistema istituzionale, economico e sociale della Lombardia per confrontarsi sulle opportunità per il nostro territorio offerte dalla decisione del Regno Unito di uscire dall'Unione Europea. Una di queste, come richiesto dalla mozione da me presentata, è l'impegno della Giunta per l'istituzione di una free tax area nel sito Expo di Milano, che per almeno tre anni preveda la defiscalizzazione per le start up innovative che vi si insedieranno.

E della posizione del PD lombardo, cosa dice?
Per quanto concerne la mozione presentata dal Partito democratico, come Lega abbiamo chiesto l’abolizione del periodo “preoccupati per il dilagare di fenomeni di populismo demagogici e xenofobi del possibile indebolimento del processo di costruzione dell’Unione” in quanto palesemente strumentale. E l'abbiamo spuntata.

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