Il velo islamico divide la giustizia

La Corte UE si spacca sul velo islamico

A distanza di un mese due sentenze dividono la Corte di giustizia sul velo islamico

Andrea Lorusso
La Corte UE si spacca sul velo islamico

Foto ANSA

Quando ci si reca in ufficio è lecito portarsi dietro il bagaglio di convinzioni, usi e costumi religiosi? La Corte Europea si spacca con due sentenze opposte nel giro di un mese.

L’avvocato generale della Corte di giustizia Ue Eleanor Sharpston ha sentenziato che vietare il velo islamico durante l’orario di lavoro è una illegittima discriminazione diretta, e che quindi il licenziamento sia revocabile. La querelle si consuma per una diatriba nata con una dipendente musulmana della Micropole, società di consulenza informatica. La donna assunta dal 2008, utilizzava un velo che le copriva il capo, scaturendo le lamentele di un cliente.

L’azienda, visto il rifiuto della donna a rimuovere l’orpello religioso, l’ha licenziata sostenendo che in tal modo non potesse rappresentare la società. Eppure soltanto il mese scorso, l’avvocato Kokott, collega alla Corte Ue, aveva ritenuto fondata la possibilità delle aziende di vietare il velo islamico. Adducendo che sia diritto dell’impresa pretendere un abbigliamento neutro.

Essendo dello stesso rango, le due sentenze aprono un vulnus all’interno della Corte, che dovrà dirimere a voce univoca la vicenda. Questione nient’affatto semplice, data la profonda variabilità di giudizio a seconda della sensibilità politico-sociale sul tema.  

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