Fuori dall'Euro: salvarsi o suicidarsi?

Noè Fioretti
Fuori dall'Euro: salvarsi o suicidarsi?
Sono ancora vividi i ricordi della prima Unione Europea, quelli del Trattato di Maastricht del 1992, o ancora prima quelli della ex-Comunità Economica Europea del 1957. I padri fondatori avevano forti ideali e grandi scopi, non solo di pace e di crescita economica ma anche di integrazione culturale, un’unione dei popoli insomma. Ma cos’è realmente oggi, nel 2017, l’Unione Europea? Tra i cosiddetti europeisti ed antieuropeisti, tra progressisti e nazionalisti o con qualsiasi epiteto li si voglia definire, l’Unione vede oggi compromessa, tra fazioni opposte, la legittimazione alla sua stessa esistenza. Il fatto che appare evidente a tutti è che la UE odierna non è assolutamente più quella che abbiamo conosciuto ai suoi albori, persino i suoi sostenitori fanno in realtà fatica ad affermare che l’Europa sia perfetta così com’è, mentre chi lo fa convintamente, è evidentemente cieco o impazzito. Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia nel 2001, scrisse un articolo dal titolo emblematico: “Euro: o cambia oppure è meglio lasciarlo morire”. Ebbene egli sosteneva che incoraggiare i tecnocrati di Bruxelles a guidare i paesi membri sembra evidentemente eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano inevitabilmente ad un contesto di povertà generalizzata sempre più diffuso. Come dargli torto? Le politiche dell’Unione sono letteralmente poste, anzi, imposte dall’alto sugli ordinamenti giuridici nazionali le cui nazioni, se non riescono ad armonizzare questi ultimi con direttive e regolamenti scellerati, vengono anche sanzionate. Questa non è un’unione politica, questa è fondamentalmente, e senza alcuna esagerazione, una dittatura di burocrati senza scrupoli. Lo scopo iniziale era stupendo, quello cioè di creare un corpo unico europeo che consentisse a tutti i paesi dell’eurozona di poter competere economicamente con il gigante americano e cinese ad esempio, un’unione di paesi uniti contro la guerra e contro gli isolazionismi, un’unione anche militare più forte, un’unione politica vera insomma. Ma è chiaro che l’Unione Europea è oggi il frutto del più grande disastro socio-economico e politico che una piccolissima élite oligarchica sia riuscita ad imporre a danno di tutti i popoli europei, i quali mai hanno avuto alcun diritto a proporre, contestare, decidere sul destino di quest’Unione! Lo stesso Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, per quanto possano essere ovviamente discutibili le sue ideologie secessioniste, intuì da subito che purtroppo non avremmo mai assistito alla nascita di una reale e leale unione politica delle nazioni europee: “L’idea nata nel dopoguerra per scongiurare altre guerre tra Stati europei sta ora partorendo un mostro che non genererà né democrazia, né stabilità, né vantaggi economici per tutti. Non può generare democrazia perché il suo parlamento non legifera: è l’Europa dei grandi capitalisti. Il popolo, gli artigiani, gli imprenditori, i cittadini non ci sono oggi né tantomeno ci saranno domani, perché non potrà mai nascere un’Europa politica”. Nulla di più vero purtroppo. Oggi gli Stati nazionali sono ridotti a meri vassalli sfruttati dalle imposizioni legislative e soprattutto economiche di un covo di burocrati, banchieri e qualche dirigente delle grandi lobby finanziarie mondiali. Le nostre leggi finanziarie si sono ridotte a semplici fax inviati da Bruxelles. L'unica cosa forse contestabile ai partiti di estrema destra antieuropeisti europei, è quella di voler scappare dall'UE invece di cercare di cambiarla dall’interno con spinte e movimenti democratici, riuscendo così a salvare il sogno dei padri fondatori e a premettere un futuro davvero migliore per tutti. Ora la domanda è questa: è davvero possibile cambiare quest'Europa o è meglio per tutti mollare le scialuppe e pensare a salvarsi? Ma salvarsi vuol per caso dire suicidarsi? Ebbene, bisogna chiarire che uscire dall’UE oggi è possibile, difficile, ma possibile e l’abbiamo visto con il successo della Brexit, processo ancora in corso. Il grande dilemma è sul dopo-UE. La nostra economia è chiaramente debole, molto debole, lontana anni luce da quella del Regno Unito che ha potuto far fronte alla sua secessione comunitaria. In Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, sono gli unici due più o meno grandi partiti che stanno cercando praticamente una soluzione concreta sul come cambiare l’Unione Europea dalle sue fondamenta o, in caso di insuccesso, sul come uscire da essa senza troppi danni; altre spinte provengono anche da partiti minori d’estrema destra come CasaPound, Forza Nuova, Movimento Nazionale per la Sovranità, Movimento Fascismo & Libertà, Movimento Sociale Fiamma Tricolore, ecc. Claudio Borghi e Marco Zanni, grandi economisti ed accademici, stanno lavorando ad un progetto ambizioso con varie e potenzialmente efficaci alternative economiche per non portare al totale fallimento una nazione già troppo provata da politiche interne e comunitarie. Senza addentrarci nei dettagli, uscire dall’Euro potrebbe portarci ad una crisi finanziaria forse anche violenta nel peggiore dei casi, ma assolutamente meglio che restare in quest’Europa, che continua ad arricchire i più ricchi e ad impoverire i più poveri; sempre meglio, assolutamente. Il punto però è che se mai si volesse cercare di cambiare l’Europa anziché scappare, ciò presenterebbe ostacoli probabilmente insormontabili: coloro che si arricchiscono alle spalle dei paesi più in difficoltà come Grecia, Italia, Romania, Spagna e Portogallo, sono proprio coloro che non vogliono un cambio radicale di rotta dell’Unione: stiamo parlando delle sedi UE, dove i cittadini non hanno e mai avranno alcuna voce in capitolo, della Germania, della Francia. Per comprendere bene la questione, rispondete a questa semplice domanda: quanto vi sentite cittadini europei? Forse molti non si sono mai posti questa domanda o non hanno mai avuto la necessità di risponderle, ma è evidente che in fondo un’idea comune di popolo europeo non c’è mai stata, non c’è mai stata perché la creazione dell’Unione Europea è iniziata nel modo sbagliato: cioè si è iniziati dall’unione monetaria per cercare di arrivare ad un’unione politica, nel tempo; ma nel tempo si è avuta solo una drastica diminuzione dei margini di manovra economica dei vari paesi membri ed ora sta accadendo lo stesso con quella legislativa. Si sarebbe dovuto procedere al contrario, per arrivare solo alla fine ad una sorta di federalismo fiscale, il quale è completamente differente dall’attuale sistema di supervisione centralizzato dei budget nazionali. Il modo di iniziare questo processo ha portato a degli effetti di rottura tra le varie nazioni anziché aumentare il sentimento di unione; lo scopo iniziale di chi voleva l’Europa unita non era di certo la moneta unica, bensì un’equità sociale condivisa che avrebbe portato a tutto il resto solo come giusta e diretta conseguenza. Non se ne può più dei famosi “ce lo chiede l’Europa”, i nostri politici devono capire che l’Europa o è il popolo europeo stesso o non ha motivo di esistere, bisogna passare ai “dobbiamo proporre all’Europa”, “dobbiamo essere Europa”, ed è l’unica soluzione per salvarla. Ciò che appare ovvio è che se non si inizia da subito, dal basso, dai popoli e poi dagli Stati nazionali a spingere contro i palazzi dell’élite affinché si crei una vera unione politica e dei popoli, che sostenga i più deboli anziché sfruttarli, verremo inghiottiti da quella burocrazia dittatoriale senza poterne uscire mai più; in caso ciò non sia possibile, forse è meglio rimboccarsi le maniche, eleggere una nuova classe politica che possa far fronte alle difficoltà di un eventuale “Italexit” e rimetterci in corsa per un futuro migliore, quanto meno per la nostra povera Italia. Bisogna quindi pretendere con forza un’Europa confederalista, e solo successivamente federalista, equa e solidale, contro l’attuale modello ultra autoritario e chiaramente dirigista, altrimenti uscire dall’Euro è meglio che seguire politiche suicide. Noè Fioretti, 13/11/2017.

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