l'esperto di diritto

La cittadinanza, che cos'è, come sta cambiando

È solo un pezzo di carta di natura meramente burocratica se, come nel caso, chi la riceve, ovunque egli sia nato, non abbia accolto e condiviso i relativi valori e tradizioni formanti del Paese conferente la cittadinanza stessa

F. Ezio
La cittadinanza, che cos'è, come sta cambiando

Cos’è la cittadinanza? In occasione dell’attentato terroristico di Rouen, l'informazione della stampa è stata questa: “Sgozzato un parroco in una chiesa vicino a Rouen. Gli assalitori erano francesi”. Con il termine “francesi” la stampa di regime, riferendosi evidentemente alla “cittadinanza”, cerca di nascondere e negare, non volendola confessare, l’origine nord africana (algerina) dei due sgozzatori. In un altro caso ancor più recente, la stampa riguardo all’accoltellatore di Londra riferisce: “L’assalitore (si noti bene il termine generico “assalitore” e non assassino, terrorista etc.) è norvegese di origine somala”. In questo caso si cita l’origine somala ma, ecco lì, prevalere su tutto la sacrale cittadinanza europea.


Ora, la cittadinanza è solo un pezzo di carta di natura meramente burocratica se, come nel caso, chi la riceve, ovunque egli sia nato, non abbia accolto e condiviso i relativi valori e tradizioni formanti del Paese conferente la cittadinanza stessa. La distanza, mancata integrazione, per certi versi giusta fedeltà alla Nazione di origine è stata esemplarmente e manifestamente espressa dall’atteggiamento della madre di uno dei terroristi “francesi” di Rouen, la quale, intervistata dalla televisione francese, comparendo in perfetto costume tradizionale algerino, prima ha difeso il figlio sgozzatore, definendolo testualmente "una brava persona", poi, infastidita dalle domande, ha concluso sprezzantemente, sbottando: "Vorrà dire che me ne tornerò in Algeria".


Con ciò è chiaro che quanto è accaduto a Rouen e, purtroppo, in decine e decine di episodi non solo di terrorismo conclamato, ma anche di criminalità culturalmente ben connotata (si pensi ai casi di violenza, sessuale e non, sulle donne perpetrati da criminali di origine africana in Italia ed all’estero) non sono fattispecie sporadiche ed isolate e, nel caso di terrorismo suicida, l’ultimo episodio di vita di persone gravemente disturbate, ma sono il frutto della mancanza di condivisione della famiglia riguardo a tutto quel che significhi il Paese europeo in cui essi vivano. Ed è evidente come non esistano modi di negare le origini, cancellare le radici, fare dimenticare cultura e tradizioni, men che meno attraverso la burocratica concessione della “cittadinanza”.

Che la “cittadinanza” da una certa parte politica, oggi dominante, sia spacciata come la panacea, la soluzione di ogni problema, la giustizia suprema che consentirà a membri di popoli di ogni provenienza, cultura, usanza (anche la più retriva) di contribuire al progresso della stanca Europa è sotto gli occhi di tutti. Per certo il processo volto, da un lato ad estendere smisuratamente la possibilità di non europei di accedere alla cittadinanza europea, dall’altro a ridurre la nozione stessa di cittadinanza ad un fatto meramente burocratico non corrispondente ad una reale immedesimazione del cittadino con il Paese concedente, è un processo che ha origine lontana e la dice lunga sul fatto che la situazione odierna sia stata ingenerata in applicazione di strategie ideate e programmate con amplissimo respiro. E qui non mi riferisco, banalmente alla questione del tanto propugnato passaggio dal criterio dello ius sanguinis a quello dello ius soli, mossa che, ovviamente, rientra perfettamente in questa strategia, ma costituisce solo l’ultimo tassello finale, il più evidente ma anche il più scontato coronamento di un iter inflessibilmente perseguito.


Penso, piuttosto, alle fasi precedenti, preparatorie del coronamento finale volto a demolire la biodiversità di certi popoli, nazioni, culture e tradizioni a vantaggio di popoli che non abdicheranno tanto facilmente alle loro caratteristiche originarie. La Convenzione Europea sulla Nazionalità, del 6 novembre 1997, trattato aperto all’adesione anche da parte di Paesi non UE, ha costituito una pietra miliare nel passaggio da un sistema internazionale che teneva sotto controllo la concessione indiscriminata di “nazionalità”, ad un regime, propugnato ai massimi livelli, in forza del quale sia ammesso che una persona simultaneamente abbia in propria capo più nazionalità. Mentre, infatti, la “Convenzione sulla riduzione dei casi di cittadinanza plurima e sugli obblighi militari in caso di pluralità di cittadinanze” del Consiglio d’Europa del 6 maggio 1963, vietava per principio la doppia cittadinanza, la nuova Convenzione del 1997, pur non abrogando formalmente la vecchia (sic!), all’art. 15 afferma di non limitare il diritto degli Stati membri a permettere la nazionalità multipla.


Si noti, peraltro, il non casuale mutamento terminologico realizzato dalla Convenzione del 1997 che passa dal termine “cittadinanza” a quello più ricco di significato di “nazionalità”, per poi eroderlo nella sostanza nel propugnare la nazionalità plurima. Ora, nel mondo esistono Stati seri, protettivi del proprio Popolo, tradizioni e cultura che non ammettono la nazionalità multipla. Ciò significa che, nel caso in cui un soggetto diventi cittadino di quei Paesi, perda automaticamente la cittadinanza precedente e straniera. Se, poi, un cittadino di quei Paesi acquistasse la cittadinanza di un Paese straniero, costui perderebbe automaticamente la cittadinanza originaria. Ci riferiamo a Paesi quali il Giappone, Singapore, la Cina ed anche la Germania, peraltro, in linea di principio nega la doppia o multipla cittadinanza. Ci sono Stati, fra i quali l’Italia che ammettono che un soggetto possa avere infinite nazionalità. Ognuno tragga le sue conclusioni.


Fatto sta che oggi mi fa un po’ sorridere che, alla luce della disgregazione del concetto stesso di nazionalità/cittadinanza, sia ancora previsto dal nostro Ordinamento che la cittadinanza italiana possa essere concessa allo straniero che abbia reso notevoli servigi allo Stato, quando esistono modalità molto più comode e meno impegnative di ottenere una o più cittadinanze! Anzi, proporrei l’abrogazione della norma che allo stato appare veramente irridente! Come , poi, in conclusione, non riportare alla memoria un  episodio di qualche anno.

Reduce, nel 2006, dalla palpitante finale mondiale calcistica del 2006, vinta ai tempi supplementari contro la Francia, mi ritrovai su una spiaggia del Sud della Francia per le vacanze estive, temendo, non vi nego, l’ostilità sciovinista dei Francesi, anche a seguito del noto episodio Materazzi/Zidane. L’inaspettata realtà fu un’altra: i Francesi che incontrai (non pretendo certo di averli incontrati tutti) mi fecero i loro complimenti, aggiungendo di non potersi riconoscere in una “nazionale” composta per quasi undici undicesimi da persone che non cantavano l’inno francese, capitanata da Zidane che aveva espressamente dichiarato di essere (non di considerarsi) prima Algerino e poi, Francese, animus peraltro conforme alla sua doppia cittadinanza.

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