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Davide Scovazzo, regista di Sangue misto, l'horror multietnico dove (finalmente) sono multietnici anche i carnefici

Insomma, o tutti o nessuno: se è vero che la cattiveria è propria dell’Uomo e che gli Uomini son tutti uguali, nessun popolo dovrebbe esserne immune, nemmeno quelli che certa retorica terzomondista vorrebbe farci credere angelici allo stato puro

Helmut Leftbuster
Davide Scovazzo, regista di Sangue misto, l'horror multietnico dove (finalmente) sono multietnici anche i carnefici

Finalmente arriva un lungometraggio che, pur trattando l’argomento in modo equilibrato e del tutto privo di ideologismi di parte, sconfessa il mantra della "santità" preconcetta dell'immigrato.
Scovato per puro caso al Fantafestival di Roma 2016, la più importante rassegna italiana di cinema fantastico, ne abbiamo subito apprezzato coraggio mediatico e originalità tematica.
Ma essendo semplici appassionati di fantascienza e non già esperti di cinematografia tout court, per trattarne in modo compiuto preferiamo dare la parola direttamente al regista, il genovese Davide Scovazzo.

Allora, signor Scovazzo, da cosa nasce la sua passione per l’horror e che cosa l’ha spinta a declinarla addirittura in un horror “multietnico”? Lo ha fatto per cavalcare il tema sociale del momento o con l'intenzione di andare un po’ oltre al totemico idiotismo con cui l’attuale impianto culturale blinda l’argomento?

Nel titolo avete giustamente messo fra parentesi “finalmente”; quindi basta buonismo leccapiedi, ma non solo: “Sangue Misto” non dà lezioni” allo spettatore, men che meno etiche, “razziali”, o, peggio del peggio, partitiche. Non per ignavia, ma per equidistanza. Amo l' Horror sin da quando ero bambino e mi ha sempre offerto spunti di riflessione sulla realtà: guardate i barconi zeppi di quei poveri cristi che scappano dall'Apocalisse per venire ogni giorno a migliaia verso il Nulla, o, in egual misura, le famigliole che la domenica convergono belle felici, ben pasciute e lobotomizzate verso il Centro Commerciale, e ora pensate a Zombi: Romero aveva già previsto tutto con 40 anni di anticipo!
Perché concepire quello che il critico Renato Venturelli de La Repubblica ha chiamato “Xenohorror” ? Proprio per questo: mi intrigava l'idea di raccontare questo argomento iper-scottante da una prospettiva mai osata prima dal Cinema. Bene, le nostre città negli ultimi anni si sono popolate di uomini e donne provenienti dai paesi più disparati che inevitabilmente qui hanno creato comunità e portato le loro culture, la loro storia, le loro tradizioni e le loro usanze, dando luogo ora a ibridazione reciproca ora a chiusura sospettosa da ambo le parti. Questo é un dato di fatto. E come dato di fatto l'ho voluto trattare. Più che di un “cavalcare la tigre” parlerei di essere attenti all'attualità e di avere una certa tempistica. Poi spesso col cazzeggio (l'Horror, il senso dell'umorismo) si ottiene molto di più che con il “j'Accuse”. L'immigrazione selvaggia e sregolata partorisce (anche) mostri degeneri che sono sotto gli occhi di tutti, ma l'immagine, in antitesi, delle nostre strade invase da bulli ubriaconi in anfibi che marciano tutti neri al passo dell'oca mi farebbe lo stesso effetto.

Il film è composto da una serie di cortometraggi assemblati e coesi dal solo fatto di essere ambientati all’interno delle comunità straniere di varie città italiane. Nel Suo episodio, che è quello centrale e forse il più estremo, un gruppo di arabi irretisce ignari avventori all’interno di un locale, li immobilizza e li sevizia con la finalità di girare snuff movie ed infine di utilizzarne i cadaveri per farne kebab.
Per certi versi mi ha ricordato "Hostel" di Eli Roth, un film non a caso immediatamente tacciato di razzismo dai soliti barbagianni politicamente corretti per aver ambientato in un paese dell’Est il fenomeno criminoso del rapimento di cavie umane con finalità sadiche, alimentando così i luoghi comuni sull'immigrazione proveniente da quelle lande; ma se i fenomeni criminosi li commettono gli esseri umani, qualcuno di essi, almeno per sbaglio, potrà anche essere arabo, africano o dell’Est; oppure la targa di “cattivi” deve spettare sempre e soltanto a noi Europei?!
Grazie del paragone fra Sangue Misto e Hostel! Pensi che il tizio che interpretava il capo della congrega di assassini in quel film, tale Sasha credo, nella realtà era il Ministro della Cultura e del Turismo della Slovacchia: se ciò avesse portato dispregio al suo paese, pensate lo avrebbe fatto? Invece ha interpretato quel ruolo e ci si sarà pure divertito, come hanno fatto gli attori dei nostri film. Si tratta di avere testa o non averla, di essere dei creativi o di non esserlo. Nel nostro film hanno recitato molti attori arabi e mediorientali: pensate lo avrebbero fatto se il film avesse avuto intenti xenofobi?
Semmai, è il “non metterli sul nostro stesso piano” , tipico del politicamente corretto, ad essere razzista; atteggiamento socioculturale ormai in voga negli Usa come in Europa, purtroppo. In molti mi hanno chiesto se non sarebbe stato rischioso ironizzare sull’argomento immigrazione, ma io non ho preso in giro nessuno, tantomeno l’Islam che non viene mai citato nel film.

Confermo, da spettatore: non ho notato alcun atteggiamento irriverente o derisorio verso lo straniero e le sue religioni; atteggiamento, invece, tenuto sovente da certo parassitismo cinematografaro "compagno" e radical chic che con bestemmie e blasfemia anticristiana ci si è purgato il cervello..ma andiamo oltre.
Per musicare la scena ambientata nella discoteca ove le vittime vengono irretite, ha scelto il brano di un gruppo punk rock italiano notoriamente provocatorio per le sue posizioni reazionarie e antiimmigrazioniste, i Deviate Damaen, brano intitolato “Ill Teach You How To Be A Virgin!”, quindi connotato anche da un vago sapore maschilista, per non farsi mancare nulla; non le pare un controsenso sia per Lei che per i musicisti in questione miscelare un film a sfondo multietnico con una band che nei suoi testi (da quello che ho letto in giro) esalta le figure del generale Lee e di Pinochet? https://it.wikipedia.org/wiki/Deviate_Damaen

I Deviate Damaen sono un gruppo controversissimo, complesissimo, quasi labirintico, nel loro unire arte sacra e profana, citazioni latine e boutades volgarissime, ideali affini a certa Destra reazionaria ed estetica pasoliniana. Posso solo dire che ho conosciuto di persona il cantante e sono rimasto colpito dalla sua dolcezza e dalla sua educazione, doti che per me prescindono da Destra, Sinistra, Cristianesimo, Islam e che vengono prima di tutto. E' un uomo preparato, che sa disquisire di tutto, socievole con ogni tipo di persona e diversissimo dal “personaggio” che interpreta con la sua band. Il messaggio di un artista è sempre qualcosa di pirandelliano, deve servire da stimolo multipolare; questo è il mio unico faro nello scegliere attori e collaborazioni autoriali. E poi, alla fine, a me serviva solo un brano ballabile alla Dead Or Alive, non andiamo sempre a cercare il pelo nell’uovo.
In montaggio, tale brano,viene subito dopo un Hip Hop in Arabo concessomi da un rapper Egiziano di fede Musulmana, il tutto in un film in cui abbiamo come guest star Johnson Righeira, “compagno” di lunga militanza nell' estrema Sinistra e che pure deve molta della sua fortuna ai suoi fan “paninari” sanbabilini...anche questo é “Sangue Misto”!

Infatti, debbo dire che, oltre all’imbarazzante presenza dei Deviate Damaen, ho trovato molto trash il cameo di Righeira, peraltro apparso in spinto "déshabillé" ..ma indubbiamente, proprio per questo, molto efficace. Da cosa è nata l'idea di coinvolgere un personaggio italiano "cult" così retrò?

Conosco e sono amico di Righeira da molti anni. Steve Sylvester dei Death SS, in una puntata de “L'Ispettore Coliandro” dei Manetti Bros, disse una frase che mi illuminò: “ Non confondere mai il Passato con la Storia”. Per questo non definirei Righeira “retrò”: è ancora attivissimo, anche se da solista, e molto noto. Ha partecipato nel ruolo di uno spacciatore Acid-House a un mio vecchio lavoro chiamato “Pink Forever”, ed é stato lui, con mio sommo orgoglio, a prendere la cornetta, chiamarmi e dirmi “ho letto che stai organizzando un film splatter. Oh, ci voglio essere assolutamente. Mi raccomando, nudo integrale, eh: d'altra parte, quando macelli una mucca mica la macelli in bikini!”
Lì si vede la stoffa di uno che é dai tempi del Festivalbar che é abituato a vedersi puntare telecamere addosso, oltretutto ha un'espressività nel mimare il dolore, la paura, la sofferenza, la rassegnazione alla morte, che dal cantante di “Vamos A La Playa” lo spettatore classico non si aspetta; e anche quello é un regalino che col corazon Sangue Misto fa ai suoi spettatori, violentati ad ogni fotogramma sempre da qualche nuova sorpresa.


Parlando con Lei ritengo corretto affrontare il Suo corto nello specifico, ma ho trovato di grande presa e valore l’intera parata degli altri cortometraggi assemblati; in particolare il primo, quello della regista Isabella Noseda, colpisce per la figura della bambina straniera adottata che finisce in sedia a rotelle per le botte inferte dai “bravi” genitori adottivi; botte che poi lei stessa avrà cura di restituire con gli interessi attraverso un rito woodoo, scongiurando un finale vittimista a favore della "negretta" che sarebbe stato altamente prevedibile da parte dei soliti registi radical-chic. Niente male per un epoca di vuoto buonismo come questa...

Qui passerei la palla alla diretta interessata, Isabella Noseda, regista del primo segmento, “Grandma's Remedy”.

[Isabella Noseda] :
Sono onorata di far parte di questo film perché trovo che il progetto di Davide proponga finalmente uno sguardo oltre.
Un “oltre” necessario, indispensabile per poter leggere la nostra epoca e per cercare di raccontarla.
Non sono un’amante dell’horror, alcuni film mi facevano parecchio paura e altri li trovavo posticci, inverosimili e anche inutili. Ho scelto di fare Sangue Misto perché l’ho sentito come necessario, mi sembra che provi ad aggiungere qualcosa, che proponga una riflessione senza dispensare lezioncine o sfruttare il tema sociale come cavallo di Troia.
Per la prima volta ho lavorato con una bambina (talentuosissima Mexy Marzolla alla sua prima esperienza) e come sempre con il mio sceneggiatore – psicologo - sgridatore Lucio Besana (premio Solinas e autore della sceneggiatura di “Grandma’s remedy”) che ama profondamente il genere ed ha intelligenza, pazienza e sensibilità tali da riuscire a capire, ordinare,rendere comprensibile quello che ho in testa.
Con lui ho studiato e apprezzato quel filone horror/fantastico che più si avvicina al mio immaginario.

Ho amato molto film come “The Orphanage” di Juan Antonio Bayona prodotto non a caso da Guillermo Del Toro (infatti per certi versi ricorda “Il labirinto del fauno”) che mi ha colpito profondamente perché fondato sugli archetipi così universali e intimi da non lasciare scampo.
Anche le serie più pop come “American Horror Story” sono state fonte di ispirazione: esperimenti registici, ritmo narrativo, l’uso della musica, il glamour mai fine a se stesso, la convivenza non scontata tra ironia e terrore.
Ho avuto modo di visitare New Orleans e lì tra le più svariate bevande salmastre a portar via, la pubblicità di qualunque cosa ovunque, le macerie dell’uragano, i tour dell’orrore, le persone che spariscono, i negozi di taglie forti e gli hamburger al pesce gatto credo di aver capito un po’ l’America.
Sono andata a visitare la tomba della Voodoo Queen, ho visto i pegni, le foto, i fiori, i ceri, anche io ho lasciato un pegno.
Ho girato tre volte intorno alla tomba come prescritto con una guida che inveiva contro chi faceva quel rito che potremmo chiamare forse folcklore ma che per lui non lo era, per lui era una realtà quella magia esisteva ed era concreta come la tomba, il Mississipi, l’uragano.
Insomma ho studiato per cercare di essere all’altezza degli altri registi che mi affiancano in questa avventura molto più navigati nel genere.
Di solito non c’è nulla di poetico nel fare un film, invece in questo caso è stata un’esperienza voodoo in tutti i sensi sia sul set che fuori, in qualche modo sono stata costretta a crescere.
E’ curioso come in ogni mio lavoro mi trovi a seppellire qualcuno o qualcosa, a lasciare andare simbolicamente una falsa certezza sublimandola facendo tabula rasa per far spazio al futuro.
Mi sono divertita molto a utilizzare i giocattoli delle icone pop occidentali e trasformarle in strumenti di morte. Barbie e Ken sono stati miei compagni di infanzia e ho voluto consacrarli e dissacrarli esorcizzando insieme a loro tutto un mondo di perbenismo scricchiolante e pauroso che non tarda a svelarsi nella sua oscura e repressa essenza malvagia. Non è dell’uomo nero che dobbiamo avere paura, anche le favole si devono adeguare ai tempi che cambiano.
Sazy (la bimba protagonista del mio episodio) non lo sa, ma Dante sarebbe stato fiero di lei che con grande maestrìa ha applicato la pena del contrappasso ai suoi aguzzini.

Un tema, quello trattato, che apre molti spiragli di discussione: le adozioni internazionali, la pedofilia, la cattiveria plautinamente insita in tutto il genere umano e pirandellianamente aspersavi senza angolazioni rimastene immuni. Insomma, i buoni proprio non esistono? E se non esistono i buoni, tantomeno esisterano intere popolazioni di buoni, come qualcuno vorrebbe invece farci credere…che ne dice, signora Noseda?

Sono credente e praticante quindi dovrei avere un’idea ben precisa del bene e del male, di peccato e di salvezza.
Il punto è che ci barcameniamo nell’era postmoderna che è un termine carino per dire “totale casino” e da sei anni vivo a Roma che è come stare in trincea in una babele di indomabili desideri, mostri, segreti; la storia e la geografia mi hanno costretta a rielaborare il mio punto di vista.
Mi sono resa conto che non è più possibile tracciare frontiere nette tra ciò che è giusto o sbagliato perché il nostro presente è un tempo in cui si sconfina, ci si mischia e in questo magma di culture, esperienze, credenze, differenze un po’ d’indulgenza è necessaria.
Mi piace il nostro film perché racconta una verità assoluta, siamo tutti esseri umani abbiamo tutti paura e tentiamo tutti di difenderci.
Secondo me il bene esiste e l’uomo non è cattivo a priori, penso solo che ognuno di noi abbia un lato oscuro da addomesticare con cui convivere e per varie ragioni legate all’educazione sentimentale e religiosa, alle esperienze, al carattere alcuni non riescano ad arginarlo e si perdono.
Abbiamo ereditato una realtà molto complicata e precaria in cui di certo non c’è piu’ niente, regnano la competizione e il caos quindi penso che l’importante sia fare del proprio meglio per essere felici evitando di fare del male agli altri.
Il mio episodio si apre con una citazione di Chuck Palahniuk “Forse non si finisce all’inferno per quello che facciamo, forse si finisce all’inferno per quello che non facciamo”.
Io credo che l’orrore sia questo, credo che l’inferno non sia un posto ma un atteggiamento, la scelta di non fare nulla.
Il peccato più grande a mio avviso non è fallire ma rifiutarsi di tentare e arrendersi.
Se la formula magica “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” trovasse applicazione con maggiore frequenza ci sarebbero qualche sorriso in più e qualche pianto in meno.

[Davide Scovazzo]:
Da parte mia, a differenza della luminosa Isabella, posso dire che la Bontà non esiste nell'Uomo se non in casi sporadici di gentilezza, altruismo, una mano che ti viene tesa o che tu tendi senza chiedere nulla in cambio. Sono eccezioni, non la regola. Viviamo all' Inferno, ogni perversione di prevaricazione dell'Uomo sull'Uomo che egli abbia potuto architettare é stata sicuramente messa in atto e sta essendo messa in atto da qualche parte nel mondo esattamente in questo momento.
Lei, signor Leftbuster, citava Plauto; ma poi si arriva a Hobbes, in realtà la natura dell'uomo é egoistica e predatoria, lì c'é la carcassa di una bestia, io ci voglio sfamare la mia famiglia, tu la tua. Dividercela (Comunisticamente? Eucaristicamente?) a metà é complicato, e non sarebbe soddisfacente per nessuno.
Il finale per l’umanità è, dunque, totalmente aperto…

Ringraziamo entrambi per l’intervista e vi auguriamo ogni meritato successo. Scovazzo, qualche progetto futuro?

Alla luce del fatto che l’Underground produttivo cinematografico e televisivo italiano è in discreta ripresa (basti pensare a fenomeni di successo come i Manetti bros.), in lista d’attesa c’è un intero sepolcro pieno di soggetti e sceneggiature, con più e meno polvere e ragnatele su di esso.
Da tempo abbiamo cominciato, per ragioni di “spazio” artistico e di vendibilità, a pensare “in lungo”, e ci sarebbero in pentola appassionati progetti, fra i quali una sorta di  “Tranquillo Weekend di Paura” ambientato nell’entroterra ligure scritto con l’amico e scrittore Michele Vaccari (qui anche mio aiuto regia) che offre spunti di riflessione sul divario sociale e comunicativo che si va sempre più allargando col proliferare sregolato delle moderne tecnologie; poi  un corto sull’ematofagìa con attori assolutamente “stracult” che mi hanno già dato il loro ok da inserire in un film a episodi; e, infine, un thriller erotico a metà (nelle intenzioni, ovviamente) tra Polanski, Sergio Martino, Cavallone e Moravia - !!!- basato sul complesso di Edipo, la gelosia, il senso di colpa e il feticismo del piede femminile, pieno di violenza, sadismo ma anche di approfondimento psicologico, e momenti onirici che richiederanno la presenza di effetti speciali di qualità. Insomma, idee ed energia per realizzarle non mancano certo, ma intanto pensiamo a dare linfa a Sangue Misto.
Vi aspettiamo in sala, anime affamate!
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