Alla ricerca della sovranità perduta: quando la volontà popolare diventa un optional

Mariano Picarella
Alla ricerca della sovranità perduta: quando la volontà popolare diventa un optional
Prossimamente, si spera comunque in un futuro molto lontano, chiunque vorrà cimentarsi in un processo di revisione costituzionale farà bene a partire dalla modifica dell’art. 1, il cui dettame ormai è appunto rimasto… sulla Carta (con l’iniziale maiuscola in questo caso, ma poco cambia). Si farebbe bene a cominciare da lì le modifiche perché il famigerato principio della sovranità popolare, sancito solennemente dal suddetto articolo, nella prassi viene letteralmente gettato alle ortiche, e se così stanno le cose allora ci si dovrebbe chiedere che senso abbia continuare con questa farsa. Modifica sostanziale dell’art. 1 e via, senza continuare con queste prese in giro. In ordine cronologico, l’ultimo esempio è rappresentato dal recente referendum costituzionale, in occasione del quale il 60% circa dell’elettorato italiano ha mandato al diavolo la cosiddetta riforma Renzi-Boschi, o forse più correttamente ha sventato un attentato alla Costituzione. Bocciatura che ha avuto effetti devastanti sulla vita del governo Renzi, il quale, avendo precipitosamente personalizzato il referendum e tenendo pertanto fede ai patti (almeno in questa occasione), non ha potuto far altro che rassegnare le dimissioni, al termine di un’avventura a Palazzo Chigi durata 1024 giorni. Dunque vittoria del popolo sovrano, verrebbe da dire, che finalmente è stato chiamato in causa e ha potuto dire la sua. Macché, le cose non stanno così. Gli italiani hanno sì espresso la loro volontà, tra l’altro schiacciante, ma nei giorni immediatamente successivi al 4 dicembre il Presidente della Repubblica Mattarella, che inizia ad essere un degno discepolo del suo predecessore, ha preferito infischiarsene dell’esito referendario, facendosi puntualmente condizionare da ciò che l’Unione europea e i soliti noti gli sussurravano all’orecchio: tra i noti, neanche a dirlo, il maestro Napolitano, anch’egli convocato al Quirinale per consultazioni. Il suo comunque sarà stato tutt’altro che un sussurro. Ed ecco che si arriva alla farsa di fine anno, alla presa in giro impacchettata alla meno peggio e messa sotto l’albero di Natale che gli italiani in questi giorni addobbano nelle loro case, il personale regalo natalizio di Mattarella alla Nazione. Avete bocciato l’operato di Renzi? E io vi regalo Gentiloni, Ministro degli Esteri nell’esecutivo renziano. Un personaggio dalla personalità alquanto sbiadita, considerato molto vicino al suo omologo statunitense Kerry, ma che al tempo stesso ha mantenuto aperto, almeno formalmente e per niente convintamente, un canale di dialogo con la Russia. Inutile aggiungere che egli si muove nel solco tracciato da Renzi, cioè quello che gli italiani hanno bocciato su tutta la linea, e per tutta risposta ce lo troviamo adesso nella veste di Presidente del Consiglio, alla guida di un Governo che è la fotocopia di quello precedente e il cui operato è stato bocciato, è bene ripeterlo. La speranza è che il neonato governo Gentiloni duri molto poco e che si vada quanto prima al voto, giusto il tempo necessario per stilare una nuova legge elettorale. E si spera anche che, nelle prossime elezioni, stavolta la decisione popolare venga rispettata, contrariamente a quanto successo nel febbraio 2013. Intanto cambia il nome ma non il programma, e se gli unici soddisfatti della situazione sono Confindustria, la finanza, gli alti papaveri europei, le agenzie di rating, insomma i soliti noti di cui sopra, qualche domanda uno se la dovrebbe iniziare a porre. Parla per tutti l’onnipresente Juncker: «La Commissione europea continuerà ad essere al fianco dell’Italia per sostenere il percorso di riforme e assicurare una rapida e completa ricostruzione delle aree colpite dal terremoto. […] L’Italia continuerà a giocare un ruolo di primo piano nell’Unione. […] L’Italia non mancherà di dare un contributo attivo di idee e di proposte per fare avanzare l’ideale europeo in vista del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma». E la volontà del popolo? Dettagli. Quello che è certo è il fatto che appunto la volontà popolare non viene più rispettata, non è presa in considerazione, è quasi dannosa perché non tutto può essere lasciato alla deliberazione del popolo ex sovrano, soprattutto poi per quanto riguarda tematiche economiche e comunitarie. A maggior ragione la volontà popolare va a farsi friggere quando essa è in evidente contrasto con il politically correct, quando cioè è svantaggiosa per gli interessi dei poteri forti, ed è sufficiente fare qui gli esempi della Brexit e delle elezioni presidenziali americane: nel primo caso basta ricordare le molte difficoltà e resistenze che il governo May sta fronteggiando per quanto concerne l’attivazione dell’art. 50 del TUE (Trattato sull’Unione europea), senza contare la raffica di ricorsi presentati dagli incalliti europeisti britannici; nel secondo caso va registrato il grottesco riconteggio delle schede elettorali in Wisconsin richiesto dalla candidata presidenziale dei Verdi, Jill Stein, operazione che tuttavia non ha sortito l’effetto desiderato, ovvero quello di gettare delle ombre sulla indiscussa vittoria di Trump. Sono evidentemente episodi in cui la volontà popolare viene a dir poco sminuita e messa sotto i piedi, poiché non congeniale alle trame di chi è ai vertici e telecomanda l’economia mondiale. «Chi volete che io voti?» è la domanda che d’ora in poi tutti gli elettori dovrebbero rivolgere ai soliti noti alla vigilia degli appuntamenti elettorali. Nell’attesa, il popolo vessato e preso in giro può anche iniziare a stracciare la tessera elettorale, la quale si avvia a diventare un inutile arnese che può fare la sua bella figura solo in qualche museo. “Vox populi, vox Dei”, recita un’antica locuzione latina. Peccato non sia più così.

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