distruzioni renziane

Il jobs act "funziona": i licenziamenti disciplinari fanno il botto

Aumentati del 28% in soli 8 mesi. C'è chi ha perso il posto mentre era in malattia e chi per inventate contestazioni disciplinari

Fabio Montoli
Il jobs act "funziona": i licenziamenti disciplinari fanno il botto

Foto da internet

Che il jobs act funzionasse al contrario, Renzi, ce l'aveva tenuto nascosto. Tra gli effetti rilevati dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, sembra proprio che, l'indisciplinata e disordinata riforma, oltre a ridurre opportunità e stimoli professionali, abbia contribuito, praticamente in solido, ad innalzare vertiginosamente i licenziamenti disciplinari, che arrivano a toccare un + 28% solo nei primi 8 mesi del 2016. E guarda caso, nessuno riguarda posti di lavoro nel pubblico.

Quelli che crescono sono soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari, proprio quelli, cioè, sui quali è intervenuto il Jobs Act con il contratto a tutele crescenti. E per i nuovi assunti niente reintegra nel posto di lavoro in caso di ingiusto licenziamento. L’aumento di licenziamenti registrato dall’Inps è dovuto, prevalentemente, all’abuso che viene fatto della riforma. Da gennaio ad agosto, i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo, sono stati 46.255, con un aumento, appunto, del 28%. E intanto, i sindacati impazzano di richieste di aiuto e i tribunali si riempiono di ricorsi.

La frase corrente entrata nel vocabolario delle aziende ora è: "ci si è basati esclusivamente su quanto comprovato dalle risultanze aziendali". Come per D.R., per 35 anni dipendente al Carrefour di Roma. Mai un richiamo, mai una contestazione o un conflitto fino allo scorso 3 giugno, quando è stato licenziato perché, secondo l’azienda, è stato sorpreso, con merce non regolarmente acquistata, mentre lasciava il punto vendita. Eppure, racconta l'uomo, quando i poliziotti hanno visionato le immagini delle telecamere interne, non hanno trovate niente di irregolare. "Ho acquistato della merce, e alla vigilanza che mi ha fermato, ho mostrato tanto di spesa e di scontrino. Mi hanno perquisito e lasciato in piedi per due ore davanti ai clienti che passavano, - continua - poi mi hanno ripetuto più volte che l’unica cosa che mi restava da fare era presentare immediatamente le mie dimissioni per non andare incontro a conseguenze peggiori".

O come nel caso del cinquantenne A. A., per 28 anni dipendente di un prestigioso hotel in centro a Roma, preso di mira dal nuovo direttore e rimproverato pubblicamente per qualunque cosa che, per il continuo stato di stress e di ansia, viene soccorso da un ambulanza per un collasso avuto sul lavoro e, al suo rientro, licenziato e liquidato con il Tfr e con due buste paga da 1400 euro. L’azienda lo accusa, addirittura, di essersi ubriacato e addormentato sul posto di lavoro, e cala il licenziamento mentre il dipendente era a casa in malattia, cosa che non si può fare. Fatto sta che, il manager dell’hotel, contattato, oppone un "no comment" a qualsiasi richiesta di chiarimento sulla vicenda.

La questione, in entrambi i casi, indipendentemente dalla gravità delle accuse, qualora fossero dimostrate, è che, le aziende, anche verificata l'inesistenza delle motivazioni causa dell'allontanamento, non avrebbero più l'obbligo di reintegrare il dipendente "ingiustamente" licenziato. Perciò, senza lo spauracchio della reintegra molte aziende medie e grandi si arrischiano in licenziamenti che prima del Jobs Act avrebbero evitato.

Inoltre, nelle riorganizzazioni dovute alla crisi, i margini di sopportazione delle aziende sono ormai all’osso. Non c'è segnale di ripresa, e prima le aziende avevano dei "tesoretti" con cui ripianare inefficienze e contrastare momenti più difficili, oggi non più, perciò, in situazioni di sofferenza, se si incrina un rapporto di fiducia con un dipendente, il datore di lavoro è spinto a rischiare il giudizio dei magistrati pur di recuperare efficienza liberandosi di chi è poco produttivo.

Il Jobs Act rappresenta solo un forte deterrente nelle relazioni aziendali e, inoltre, con l’introduzione delle nuove norme, nel mondo del lavoro è mutato il clima psicologico e culturale. Nei lavoratori è subentrata la variabile "paura" che, di certo, non rassicura e non rende l'ambiente lavorativo sereno e costruttivo. Un'altro chiaro fallimento, insomma, dell'ex governo Renzi.

   

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