FALSO MADE IN ITALY

Chiude anche la Herry's confezioni di Pramaggione a Venezia

Le grandi marche assumono schiavi e creano laboratori-lager per aumentare i profitti. Difficile metterle sotto accusa e intanto a chiudere sono le nostre aziende. E durante le sfilate però, parlano di eccellenze italiane

Redazione
Sfilata di moda

Foto ANSA

Al fallimento la ditta di , 61 anni, titolare della Herry's confezioni di Pramaggione, in provincia di Venezia. Fino all'ultimo la lotta per le dipendenti, che per l'uomo erano come una famiglia, ma ogni tentativo è stato inutile. La colpa secondo lui non è da imputare al governo o alle banche ma ai grandi stilisti che, poco alla volta, hanno contriubuito alla chiusura della sua attività.

Le persone che lo conosco lo desrivono come un uomo per bene, un grande nel proprio settore, faceva camicie su misura perfino per la flotta aerea privata dei Benetton. Ma in pochi sapevano che era la sua ditta a produrre i capi per parte delle maison d'Italia. Gucci, Prada, Max Mara, Duca d'Aosta, Valentino, Fendi ma anche grandi marchi stranieri come Emanuel Bulgaro, Apara, Pringle Scotland e dichiara: "Ho prodotto camicioni per conto di Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la stilista che ha fatto l’abito da sposa di Madonna. Ma la casa per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander. Per una decina d’anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander, da Amburgo mi mandava l’ordine per le camicie che indossava lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in azienda".

Sotto la guida di Giancarlo, l'azienda praticava prezzi concorrenziali ed era arrivata a produrre 20.000 capi all'anno, pagava regolarmente gli stipendi , non evadeva le tasse e trattava le proprie operaie con grande riguardo.
Oggi non è più lo stesso, la barba incolta, gli occhi arrossati e la voce tremante mentre ricorda i 13 imprenditori che si sono tolti la vita, dopo il fallimento della propria azienda e ringrazia della vicinanza della famiglia, perché qualche strana idea iniziava a sorgere anche in lui. Ricorda anche, maledicendolo, il giorno in cui ha iniziato a lavorare a Motta di Livenza, per stare vicino al padre, era il 1968. Da allora ha sposato Maria Paola ed ha aperto un'attività tessile con un amico, inaugurandola con il nome Herry's in onore di Hemingway, assiduo frequentatore dell'Harry's bar di Venezia. Fu proprio il socio ad evitare la causa aggiungendo la lettera "e" al posto della "a". Alla morte della moglie, sopraggiunta nel 2004, Giancarlo ha assorbito anche la produzione di abiti da donna sotto la sua azienda, che era specializzata in camicie.

L'errore dell'uomo è stato quello di non accorgersi dell'avvio del giro di sfruttamento della manodopera, che permetteva di vendere i capi tra i 4 e i 6 euro a fronte dei 25-30 dei lavoratori onesti. Una concorrenza del tutto disonesta, che non si può battere. Adesso che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. "Daremo la caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in regola: questo non è affatto made in Italy", promette Carmine Damiano, questore di Treviso. "Provare un collegamento diretto è difficile: nessun committente affida direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il subappalto", avverte il colonnello Claudio Pascucci, comandante della Guardia di finanza. Ed infatti, le grandi case della moda, sanno come tutelarsi da ogni responsabilità in caso di qualsivoglia violazione. Ma sanno anche che, per far pagare un capo cifre di tutto rispetto, devono avere degli schiavi al proprio servizio, cosa che un imprenditore italiano in regola non sarà in grado fare, poiché impossibilitato a lavorare in quelle condizioni.

De Bortoli inoltre descrive le operazioni necessarie alla creazione degli abiti complessi che vengono spesso richiesti. La durata del lavoro è in media di 96 minuti, ma la remunerazione è una somma, al netto dell'iva, di circa 40 euro, a dispetto di un prezzo di vendita in negozio di 890 euro. Una camicia da donna invece richiede 97 minuti di lavoro, in cambio si ottengono 24 euro, rispetto al costo di mercato di 490 euro. Tutte simili le storie che racconta l'imprenditore, alla fine della giornata il suo lavoro era sempre e solo in perdita. Per lui la crisi ha avuto inizio molto tempo addietro, quando ha cominciato a guadagnare più del 50% in meno rispetto a quello che otteneva nel 1997, ma soprattuto con il trasferimento all'estero e la diffusione dei cosiddetti laboratori-lager. Purtroppo Giancarlo non ha potuto chiudere prima l'attività, ha cercato di posticipare al più tardi l'irrimandabile vendendo la sia casetta a schiera e togliendosi in toto lo stipendio, dando fondo a tutti i risparmi, ma anche in quel caso non sarebbe riuscito a pagare la liquidazione dovuta alle operaie, che l'hanno sempre supportato, anche quando il lavoro andava male. E nell'ultimo periodo andava male davvero. A dicembre il fatturato era di 18.000 euro, a fronte della necessità di pagare stipendi, tredicesime, continuti e Irpef, per un totale di 90.000 euro.

Ma le grandi marche continuano a spopolare fra la gente, che ormai non sa nemmeno cosa compra, la qualità è l'ultimo pensiero. Così reagisce l'uomo quando gli si parla delle sfilate d'alta moda: "Nell’ultima sfilata di Dolce e Gabbana c’era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l’alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie? Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella di Azzano Decimo, dove s’insegnavano taglio, cucito e modellistica, hanno chiuso una vita fa? L’ultima apprendista che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all’haute couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle aree di servizio: guadagnano di più".

È tanta la vergogna e l'umiliazione che De Bortoli ha dovuto affrontare ma continua a camminare a testa alta per il suo paese, la coscienza lui ce l'ha pulita. Ma sa che per lui i problemi non sono ancora finiti e che spetterà al giudice una decisione definitiva che secondo l'avvocato potrebbe portare al pignoramento di buona parte dei suoi beni, oltre che un quinto della pensione di reversibilità della moglie.

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