euro contro lira

Essere, o non essere (tedeschi). Questo è il dilemma

Uno studio del politologo ed economista Carlo Pelanda ci fa sperare che l'Italia per ripartire deve uscire dall'Euro. O dalla Germania

Redazione
Essere, o non essere (tedeschi). Questo è il dilemma

Foto ANSA

La realtà, oggi, è che il nostro Paese non può né restare nell’euro, né uscirne senza danni, e c’è bisogno di un tempo tecnico di almeno 5 anni per rinforzarla affinché o possa stare più comodamente nell’euro stesso oppure tornare con tranquillità alla sovranità monetaria e di bilancio. Insomma, vista la premessa, abbiamo poco da sorridere. La priorità è ridurre il debito, ma le regole per ridurlo le detta L'unione, e lo fa "suggerendo" metodi rigorosi e non indolori, come, ad esempio, aumentare le tasse e riducendo la spesa per investimenti. In pratica, cadere nel baratro della decrescita.

Il trucco, secondo uno studio di Carlo Pelanda, è semplice, attenti. La decrescita, e ci siamo quasi, porterebbe l'Italia in una situazione di "non ritorno" e, contrariamente a quanto successo in Grecia, poco prima dello schianto, che porterebbe anche al fallimento dell'euro, "miracolosamente" verrebbe salvata con un "commissariamento europeo". Ovviamente, "per il bene del popolo italiano", a portare in salvo il Belpaese e a condurlo in seguito, sarebbe la Germania, che garantirebbe la sua finanza pubblica, in cambio di un’accettazione del rigore estremo e del dominio tedesco sul sistema economico italiano.

Un lander tedesco, insomma. Non ci sono riusciti con i fucili nel 15 e nel 40, ci riuscirebbero oggi con dei pezzi di carta. La Germania, addirittura, spererebbe in una crisi totale dell’Italia che farebbe implodere l’euro, imputando a Roma la catastrofe, sapendo che poi l’Italia se la conquisterebbe comunque senza dovere spendere soldi di garanzia, cosa alla quale l’elettorato tedesco è totalmente ostile. La priorità per Berlino sarebbe di evitare una svalutazione competitiva che darebbe impulso alla residua ma ancora robusta potenza industriale italiana a danno di quella tedesca, motivo per il quale ha voluto l’Italia nell’euro nonostante non rispettasse i parametri.

Pertanto, le alternative per l’Italia sono l’agonia lenta, oppure l’implosione indotta strumentalmente.
Sarebbe meglio uscire, quindi? Secondo il politologo ed economista italiano, se si trovasse un modo, ora come ora, il mercato finanziario globale pretenderebbe un premio di rischio insostenibile per rifinanziare il debito italiano, il sistema bancario perderebbe capitali e le imprese si troverebbero senza credito, la lira resterebbe svalutata a lungo inducendo barriere doganali negli altri europei, e l’inflazione distruggerebbe il potere d’acquisito di salari e pensioni, ecc., nonostante la possibilità di stampare moneta, e monetizzare il debito, fornita dal ritorno alla sovranità monetaria. Interverrebbe l’America a salvarci, è vero, ma non a sufficienza perché avrebbe come principale interlocutore la Germania, e lascerebbe comunque a Berlino il compito di sistemare la situazione italiana.

Alla fine, se l’Italia non risolve il problema del debito non potrà né restare nell’euro né uscirne senza danni fatali. Ma come farlo dentro le ristrettezze di questa Unione Europea che impedisce investimenti e stimoli per la crescita? L’unica soluzione, secondo Pelanda, è vendere patrimonio pubblico per ridurre almeno di un 20% il debito complessivo, circa 450 miliardi. Il patrimonio disponibile, composto da immobili, concessioni e partecipazioni, è superiore a questa cifra e gli immobili trasferiti agli enti locali possono essere ricollocati in un fondo centrale. Si tratterebbe, ci pare di capire, di conferire il patrimonio in un fondo con la missione di valorizzarlo, sia facendolo rendere di più sia vendendolo in tempi lunghi, ma subito emettendo obbligazioni con sottostante il rendimento di tale operazione.

Obbligazioni che, poi, potranno essere date in pagamento dei titoli di Stato giunti a maturazione a una platea globale di investitori istituzionali, senza dover fare nuovo debito per ripagarli. E così si ridurrebbe il debito, anche in soli 3 anni, con un risparmio di circa 18 miliardi all’anno sulla spesa per interessi e di altri 4 almeno sul costo di rifinanziamento grazie al miglioramento del rating. Con circa 22 miliardi in più all’anno un governo potrebbe avviare una detassazione più spinta, più investimenti modernizzanti e allo stesso tempo arrivare al pareggio di bilancio.

La crescita in Italia aumenterebbe migliorando ulteriormente il rapporto del debito nei confronti del Pil. Dopo circa 5 anni, con questo scenario, potremmo avere una posizione di maggiore potere nell'Unione Europea, sia, grazie a più solidità, tornare alla sovranità monetaria ottenendo fiducia dal mercato internazionale. Solo a quel punto potremmo scegliere. Ma, aggiungiamo noi, a governare ci vorrebbe qualcuno che crede, se non nella possibilità di scegleire, almeno nella possibile ripartenza di un Paese che, oggi, ha davanti un solo unico destino: "cadere nelle mani del nemico". Auf Wiedersehen!

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