giro di vite sui bordelli cinesi

Milano, mignotte "China" addio

Nel capoluogo è boom centri massaggi a luce rossa e la Regione decide di intervenire. Il giro d'affari in tutta Italia è incalcolabile e cela un racket mafioso di tratta di schiave

Redazione
Milano, mignotte "China" addio

Addio, mia concubina. Almeno, in Lombardia. Martedì prossimo approderà al Pirellone un progetto di legge per chiudere tutti i centri massaggi cinesi. O quantomeno, per limitare la concessione delle licenze a chi abbia un attestato professionale e parli perfettamente la lingua italiana, se cittadini non europei. La seduta si prospetta infuocata, visto che nei lavori in Commissione, per la stesura del testo, i 5stelle si erano astenuti dal voto ed il PD non aveva nascosto la sua opposizione alla proposta - guarda caso - leghista, ammettendo però che "una regolamentazione è necessaria".


"Altro che massaggi, spesso sono locali ove si sfrutta la prostituzione", ha dichiarato il leghista Massimiliano Romeo, preoccupato dal proliferare, "come funghi", di questi postriboli mascherati. Una legge nazionale non c'è e la Lega vorrebbe "multe da 5 a 15.000 euro" (raddoppiate in caso di recidiva) per chi sgarra. Sebbene le opposizioni hanno già ventilato profili di incostituzionalità per una legge che, se tarata unicamente sui centri cinesi, risulterebbe discriminatoria ed ha annunciato voto contrario, vero è che troppo spesso dietro queste attività si celano fenomeni di prostituzione, anche minorile.

Lo hanno ampiamente dimostrato molte inchieste sia giudiziarie che giornalistiche, che hanno portato alla luce l'esistenza di un vero e proprio racket mafioso. Che vede giovani cinesi attirate a volte con l'inganno in Italia, con la promessa di facili guadagni, e poi ridotte in schiavitù (sessuale), costrette a "rimborsare" come forza lavoro e con fiori di interessi i "padrini" per le spese d'espatrio, proprie e della propria famiglia. Diventando così schiave a vita. In altri casi le ragazze non sono sfruttate, ma la loro vita rimane confinata in quattro mura: vivono, dormono e mangiano all’interno dei centri massaggi.


In queste "zone franche" ove l'unica legge sembra essere quella delle Tong, le Triadi, le potenti organizzazioni mafiose cinesi, la prostituzione si esercita in nero e low cost; il massaggio con "gran finale" (non un rapporto completo, ma un'atività "manuale") varia dai 30 ai 50 euro. 100 per fare sesso su un letto futon, ricoperto di carta. Prezzi cinesi, appunto. Che attirano sia clienti stranieri che italiani, per un giro d'affari incalcolabile. Anche perchè queste attività chiudono e riaprono con nuovi prestanome, con enorme facilità. Solo 606 i centri cinesi a Milano e 77 quelli thailandesi. Si distinguono facilmente dai centri benessere veri (1089 nel capoluogo lombardo) perché hanno le vetrine oscurate e sono aperti sino a notte fonda. Dal 2008 al 2014 sono stati 78 i centri milanesi sottoposti ad attività di polizia giudiziaria da parte della locale. Venti, dopo le indagini, sono stati chiusi. Gli altri hanno ricevuto una sanzione amministrativa.


L'anno scorso l'Antimafia aveva lanciato l'allarme. "Sono ragazze sfruttate", ha dichiarato il vicecomandante della polizia locale, Antonio Barbato; "come nei casi più classici di prostituzione sono vittime di tratta: vengono abbordate da aguzzini che promettono loro grandi guadagni in attività lecite. Ma una volta in Italia le costringono a prostituirsi per ripagare una sorta di debito. Sono rari i casi in cui le ragazze li denunciano". Tre giorni fa a Ravenna i carabinieri hanno chiuso una di queste attività.

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