Ambrosoli, da leader della sinistra lombarda a numero uno del sesto polo bancario italiano

Il Pd pronto a papparsi pure Banco Popolare e Bpm

Domenica l'ultimo atto per la fusione delle banche del Nord. Intervista ad Alessandro Ramon Birtig che guida il fronte degli azionisti contrari all'operazione

Marco Dozio
Il PD alla conquista di Bpm e Banco Popolare

Foto ANSA

Grazie alla riforma delle banche popolari promulgata da Matteo Renzi, il leader della sinistra lombarda Umberto Ambrosoli, già candidato del PD contro Maroni, assurgerà ai vertici del colosso bancario che potrebbe nascere dalla fusione tra Banca Popolare di Milano e Banco Popolare, se l'assemblea degli azionisti Bpm il 15 ottobre approverà l'operazione. Ambrosoli il 6 agosto scorso è stato nominato presidente della Banca Popolare di Mantova, piccolo istituto di credito controllato da Bpm, entrando in gioco dalla porta di servizio.

Riassumendo: Renzi vara la riforma delle popolari incentivando le fusioni, dopodichè un importante esponente del centrosinistra viene inserito in uno dei satelliti di Bpm, con la prospettiva di diventare presidente del nuovo polo bancario. Avvalorando la teoria di chi sostiene che se una volta a sinistra "avevano" le banche, ora essi stessi "sono" le banche. Nota a margine: il matrimonio comporterà il licenziamento (esuberi li chiamano ora) di 1.800 persone, dettaglio certamente trascurabile per la sinistra incistata nel potere bancario.

Alessandro Ramon Birtig, coordinatore delle associazioni di azionisti delle banche popolari, il prossimo 15 ottobre insieme a molti altri soci lei si opporrà alla fusione tra Bpm e Banco Popolare.
La proposta di fusione è arrivata dai vertici di Bpm. Vertici fortemente sponsorizzati da Matteo Renzi. La famosa legge sulle banche popolari aveva l'obiettivo di incentivare questo genere di progetti, creando grossi blocchi patrimoniali.

A che scopo?
Questi grossi blocchi patrimoniali dovrebbero servire per correre in aiuto delle banche disastrate, in particolare quelle politicamente più vicine al Pd come Banca Etruria e Monte dei Paschi di Siena. Ma il progetto non sta in piedi. Siamo ancora in tempi di crisi e le banche non hanno la forza per intervenire su altri istituti di credito disastrati. Lo dimostra il fatto che il 30 settembre scadeva l'ultimatum della Bce che imponeva al governo italiano e alla Banca d'Italia di mettere in vendita le 4 banche fallite (Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti) che Renzi definisce salvate. Ma non se le è comprate nessuno. Padoan ha cercato di imporre l'acquisto a Ubi Banca, ma il Cda di Ubi ha risposto picche, e questo è un segnale evidente di quanto sta succedendo nel comparto bancario. Il punto è che una banca non fallisce da un giorno all'altro: ora è tardi per recuperare, si sapeva da anni che queste banche erano in condizioni di dissesto. Le fusioni che spinge Renzi non servono a nulla da questo punto di vista.

Perché siete contrari al matrimonio tra Bpm e Banco Popolare?
Banco Popolare non è solida come Bpm da un punto di vista patrimoniale. Il volume dei suoi crediti deteriorati, ovvero i prestiti che potrebbero non essere recuperati, è imponente: parliamo di oltre 15 miliardi di euro. In Italia è la cifra più grave da gestire, dopo i 28 miliardi di Monte dei Paschi.

La possibile super banca sarà presieduta da Ambrosoli?
Sì, è previsto che Umberto Ambrosoli diventi presidente di una branca fondamentale dell'istituto.

Come si è arrivati a questa nomina? Perché è stato scelto un esponente politico afferente al Pd?
Non lo sappiamo per certo. È stato indicato dai vertici di Bpm Mario Anolli e Giuseppe Castagna, che è la vera mente progettuale di questa operazione. Non sappiamo attraverso quali contatti o pianificazioni sia stato deciso di offrire l'incarico ad Ambrosoli, il quale entra nel gruppo dalla finestra, attraverso la nomina in una piccola banca come la Popolare di Mantova che è di proprietà di Bpm, avvenuta ai primi di agosto e passata quasi del tutto inosservata, sia per il periodo vacanziero sia per le piccole dimensioni dell'istituto mantovano. E Ambrosoli non è l'unica figura relativa al Pd che compare in questa vicenda. C’è anche Lorenzo Guerini.

Che c’entra Guerini?
Durante l'assemblea del Banco Popolare dello scorso aprile che si è tenuta a Lodi, c'è stato un intervento in qualità di socio di Guerini, vicesegretario del Pd e braccio destro di Renzi, il quale ha pubblicamente auspicato la fusione con Bpm. Lo stesso Renzi più volte, anche sulla stampa, ha incoraggiato i progetti di fusione nel comparto bancario: questo è l'unico di un certo respiro attualmente in corso a livello europeo. Se non dovesse andare in porto, ne risentirebbe anche la credibilità di Renzi in Europa.

Come giudica il comportamento del premier nella gestione della crisi delle banche?
Renzi non ha dato una grande prova di sé, per usare un eufemismo. Da febbraio 2014, quando è stato nominato presidente del Consiglio, al gennaio 2016, quando è subentrato il "bail in" che ha impedito l'erogazione di fondi di Stato per salvare le banche in difficoltà, Renzi non ha fatto assolutamente nulla a differenza di altri governi europei, che avevano usato almeno una parte di fondi governativi per tutelare i risparmiatori. Il governo italiano non è stato capace di gestire queste situazioni né di limitare i danni.

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