radical-chic generosi sulla pelle degli altri

Quei clandestini in mezzo alla strada. Accadde nel cremonese

Spesso i buonisti si allargano la bocca con l'accoglienza e la solidarietà, nascondendo che non è infrequente che gli stranieri finiscano in strutture inadatte ad ospitarli, perché lo Stato si "dimentica" di versare le quote dovute

Alfredo Lissoni
Quei clandestini in mezzo alla strada. Accadde nel cremonese

Certa classe politica si riempie la bocca sulle "vite salvate in mare", sugli "immigrati che "ci pagheranno le pensioni" ed il cui modello di vita "sarà presto anche il nostro". Ci si dimentica - volutamente - di dire che a volte i clandestini vengono accolti a braccia aperte e poi, una volta finite le paghette, mollati in mezzo alla strada.


Un caso del genere si è verificato l'anno scorso in provincia di Cremona. Lasciati soli da chi li aveva in carico, hanno bussato alla porta del parroco di Chieve, nel cremasco, per chiedere da mangiare. Erano 3 profughi del gruppo dei 43 ospitati nella palazzina di via S.Rocco, che hanno lamentato il fatto di essere stati lasciati senza cibo ed assistenza. Don Alessandro Vagni, che li aveva accolti, aveva sottolineato come fosse la seconda volta che i richiedenti asilo erano costretti a lanciare un appello.


“Hanno lamentato la mancanza di cibo, acqua corrente, metano e assistenza in genere”, aveva detto; “abbiamo affrontato il problema, acquistando per tutti e 43 pane fresco e attingendo al magazzino della Caritas parrocchiale, per offrire carme in scatola, minestre ed altro cibo che si possa consumare subito, ma più di questo non potrò fare, specie se si tratta di una situazione prolungata, che può diventare difficile da sostenere. Non è la parrocchia ad avere in capo la gestione dei ragazzi; ad occuparsi delle loro esigenze, in accordo con la prefettura, è chi ha garantito ospitalità”.


Il dito fu puntato contro la proprietaria della palazzina ospitante, la struttura Garbata accoglienza, che si difese sostenendo di essere intenzionata ad accordarsi con il Comune affinché i profughi potessero svolgere lavori socialmente utili. Le autorità comunali avevano invece espresso la propria contrarietà, sostenendo di non essere stati avvisati dalla Prefettura degli arrivi di profughi, ai quali non avrebbero comunque potuto garantire nulla, non avendo soldi. Il Comune si era detto scettico anche sull’idea dei lavori socialmente utili: “A quale prezzo? Togliendo il lavoro a chi già collabora oppure sorpassando la lista di chievesi disoccupati che si renderebbe più che disponibile per 35 euro al giorno?”.


Sulla scia del clamore suscitato, una giornalista della Provincia di Cremona visitò la palazzina, composta da sette appartamenti, in ognuno dei quali vivnevao sei ragazzi, tutti provenienti da Ghana, Bangla Desh, Nigeria ed Eritrea. Trovando però la struttura a posto. Mancavano ancora i telefoni in ogni appartamento, con la promessa che sarebbero stati installati a breve; nei bagni c’era tutto, dagli spazzolini al bagnoschiuma alla carta igienica al sapone, gli armadietti per l'igiene personale erano in fase di montaggio, le docce erano state riparate, il cibo servito in porzioni monodose, surgelato, ma per questo erano stati installati dei forni a microonde. La mobilitazione mediatica e popolare aveva dunque sortito il suo effetto e la polemica finì lì. Ma alla giornalista i migranti confidarono che "alcuni di loro erano ancora senza scarpe e per questo costretti ad andarsene in giro per il paese a piedi nudi".

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