Era il credo dei preti-compañeros negli anni Ottanta

La teologia "sbagliata" di papa Francesco

Si è attirato addosso le ire dei cattolici più tradizionalisti che gli rimproverano di avere dato un'interpretazione troppo libera della dottrina cattolica. Vero è che il Capo della Chiesa può fare ciò che vuole e riformare un'Istituzione statica da millenni, ma...

Redazione
La teologia

Foto ANSA

In molti si scandalizzano per le posizioni di papa Francesco su temi scottanti quali aborto, omosessualità, nullità matrimoniale o convivenza. Ma la spiegazione è nel milieu culturale da cui arriva Jorge Bergoglio

Flavio Cuniberto, filosofo torinese che insegna Estetica all'Università di Perugia, lo ha tacciato di "drammatica incertezza dottrinale" ed il vaticanista Antonio Socci lo ha ripreso per il suo lassismo "di fronte alle lobby laiciste sui temi della vita, del gender, dei principi non negoziabili che papa Benedetto, invece, individuò come pilastri della dittatura del relativismo". Né gli ha perdonato quella messa a Cuba, in Piazza della Rivoluzione, non accanto al Crocifisso ma sotto una gigantografia di Che Guevara, o la visita al laicissimo Barack Obama. "Caro Papa Bergoglio, ma perché lei omaggia i tiranni e umilia i perseguitati?", si è chiesto Socci nel libro Non è Francesco (Mondadori).

La spiegazione sta in una definizione chiave, “teologia della liberazione”. Con questo termine la Chiesa indica una dottrina, particolarmente in voga a partire dagli anni Ottanta in Centro e Sudamerica, che mescolava cristianesimo, marxismo ed istanze sociali delle classi povere. A propugnarla erano preti e vescovi latinos, convinti di poter risolvere la miseria del Terzo Mondo con una Bibbia in una mano, e con il Capitale di Marx nell’altra. La Liberazione, in questo senso, non sarebbe venuta dall’alto, con la promessa del regno dei cieli, come da sempre predicato dalla Chiesa di Roma; la riscossa sarebbe giunta dalla militanza politica, forse anche con una rivoluzione di stampo marxista. A teorizzarla furono il peruviano Gutierrez, il cileno Galilea ed il brasiliano Leonardo Boff. I tre sacerdoti predicavano un credo assai singolare, che immaginava un Cristo comunista, spesso associato a Marx, liberatore dai peccati individuali ma anche da quelli sociali; ed una “Chiesa del popolo”. Ed identificavano nel “peccato sociale” le ingiustizie salariali, le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani di cui si macchiavano ripetutamente gli squadroni della morte fascisti, giunti ad assassinare pubblicamente persino un arcivescovo del popolo, il salvadoregno Oscar Romero. 


Questa teologia distorta, che prediligeva una visione materialista e rivendicava una politicizzazione della Chiesa, fu denunziata nel 1984, come “possibile perversione del dato cristiano”, dal cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (l’ex Santa Inquisizione) e poi papa. In altre parole proprio da colui che, abbandonando il soglio di Pietro, ha lasciato campo libero a Bergoglio. I richiami vaticani del 1984 furono inutili; solo il crollo del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, scoraggiò infine vescovi rossi del Sudamerica. C’è da chiedersi quanto papa Bergoglio, che telefona al paladino dell’aborto Marco Pannella e che dichiara di leggere solo Repubblica, si ispiri a certe dottrine, che credevamo oramai sepolte.

 

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