Radicali e radical chic… a spese pubbliche!

Quelli di Radio Radicale sono privilegiati

Non è possibile infatti esaltare le facoltà taumaturgiche del “libero mercato” pretendendo però di esserne esclusi con l’aiutone di Stato (finora 14 milioni di euro all’anno). Non siamo di fronte alla chiusura né tantomeno all’abolizione del finanziamento statale in favore dell’emittente fondata nel 1976 da Marco Pannella. Ad un drastico ridimensionamento del contributo pubblico sì, e meno male…

Giuseppe Brienza
Quelli di Radio Radicale sono privilegiati

La rosa rossa, simbolo del socialismo europeo, nello stemma di Radio Radicale

Sono bravi quelli di Radio Radicale. Anzitutto nel loro lavoro giornalistico-politico-culturale-ideologico. Organizzano l’attività e gestiscono l’ormai immenso archivio dell’emittente in maniera davvero efficiente e ordinata. Ma sono anche bravi nell’attività di comunicazione & lobbying, coltivando e presenziando gli ambienti e le tematiche “giuste”, in maniera bipartisan e, persino, “ecclesialmente corretta”. L’ultimo esempio? La partecipazione di uno dei loro giornalisti di punta, Francesco De Leo, nel novero dei relatori al seminario di studi “immigrazionista-cattolico” dal titolo Essere mediterranei, che è stato organizzato il 12 e il 13 aprile a Roma nella sede de “La Civiltà Cattolica” (lavori immancabilmente aperti dal direttore della rivista dei gesuiti italiani, padre Antonio Spadaro).

Bravi inoltre sono stati nel monopolizzare il dibattito pubblico che li riguarda sorvolando sull’informazione che, questa sì, sarebbe un “servizio pubblico”... Quella cioè sul risalente, perdurante e sostanzioso finanziamento pubblico che ricevono dallo Stato italiano. Informazioni di questo tipo, infatti, non se ne trovano e non se ne forniscono facilmente. Testimonio nel mio piccolo che la maggior parte delle persone con le quali ho di recente parlato o mi sono scritto a proposito della riduzione dell’aiuto di Stato alla radio di Bonino & co. si è detta scandalizzata della somma o non sapeva addirittura che l'emittente trasmettesse ancora... Alla faccia del "servizio pubblico" che sbandierano di fare!

Ebbene Radio Radicale riceve annualmente due tipi di finanziamento pubblico: 1) quello riconosciuto dal Ministero dello Sviluppo economico per la trasmissione delle sedute parlamentari, pari negli ultimi 11 anni a 10 milioni di euro l’anno; 2) quello versato in base alla base alla legge sull’editoria, n. 230 del 1990, che ammonta ad altri 4 milioni di euro l’anno. Se facciamo due conti possiamo facilmente renderci conto del mare di denaro pubblico incassato negli ultimi anni da Radio Radicale.

Da dicembre scorso stanno circolando appelli, articoli e proclami, che hanno coinvolto persino Presidenti della Repubblica e presidenti emeriti della Corte Costituzionale (chissà perché?!), sulla possibile chiusura della radio fondata nel 1976 da Marco Pannella. L’ultima legge di Bilancio (n. 145 del 30 dicembre 2018), però, ne ha previsto solo una riduzione del finanziamento, prorogando la convenzione per la trasmissione delle sedute parlamentari per un solo semestre e, allo scopo, stanziando 5 milioni di euro lordi (circa 4 netti) per l'anno 2019. La stessa legge ha inoltre previsto l'eliminazione del contributo per l'editoria (i già menzionati 4 milioni di euro all’anno) a partire dal 1° gennaio del 2020. La questione, quindi, è stata solo temporaneamente risolta (fino a fine maggio in pratica). Ci auguriamo non finisca con ulteriori provvedimenti-tampone o parziali.

Anche perché i Radicali italiani sono da ormai sessant’anni maestri di mistificazione. Negli ultimi quattro mesi ci hanno convinto che stanno subendo una grave ingiustizia, il che è davvero paradossale. Se il Governo Conte gli ha tagliato i fondi, perché non iniziano a dotarsi di inserzionisti, cercando spazi pubblicitari, piuttosto che protestare solo? Si tratta di iniziare un cammino che conti principalmente sulle proprie forze, come fanno (o come cercano con molte difficoltà di fare) tutte le testate giornalistiche indipendenti del nostro Paese.

Ma no, loro hanno la pretesa di essere pluralisti e, per questo, rivendicano il finanziamento pubblico. Checché ne dicano, la stragrande maggioranza degli interventi, convegni, interviste e appelli mandati in onda, sono però conformi (sicuramente dal punto di vista etico-economico) al Pensiero Unico relativista e politicamente corretto. Il martellamento ideologico di Radio Radicale, solo per limitarci ad una limitata selezione di tematiche, ha spinto negli ultimi decenni in favore: dell’immigrazionismo, dell’antiproibizionismo sulle droghe cosiddette leggere (che anticipa quello sull’eroina, sulla cocaina e su tutte le droghe sintetiche che i nostri giovani purtroppo assumono sempre più), del liberismo economico condito dal “monetarismo”, del fiscal compact e del dogma del pareggio di bilancio in Costituzione, del falso mito della flessibilità che nasconde la tragica realtà del precariato eterno, dell’abolizione dell’ergastolo, dell’imposizione dell’eutanasia di Stato, dell’omosessualismo corredato da utero in affitto e altre brutalità e, infine, sul cavallo di battaglia di sempre, ovvero l’aborto e il divorzio che vorrebbero sempre più “liberi”, gratuiti e sprint.

Considerando questi temi dobbiamo quindi dire che la loro radio non rispecchia affatto pluralmente le opinioni di tutti gli Italiani. Radio Radicale non è insomma “plurale” come dicono. Non è un caso che sia organo di partito, della Lista Pannella del Partito radicale per la precisione. E questa è un’altra anomalia, il fondere il preteso “servizio pubblico”, ovvero le dirette parlamentari etc., con l’essere l’espressione di una precisa parte politica.

Per fortuna qualcuno negli ultimi mesi non si è potuto esimere dal chiedersi come mai lo Stato debba pagare una radio privata, di proprietà di fatto di un partito che, sotto mentite spoglie, si presenta ancora alle urne (l'eredità della Lista Pannella del Partito radicale è, come noto, oggi raccolta da +Europa di Emma Bonino) quando c’è già lo Stato a sopperire al servizio pubblico-parlamentare. Dal 1998, infatti, esiste Radio Rai GR Parlamento e, anche da questo punto di vista, sarebbe utile conoscere quali sono i costi attuali per tutti noi a causa di questa “doppia copertura” delle dirette parlamentari.

La “chiusura” di Radio Radicale trasformerà i pannelliani-boniniani in “martiri”? Può darsi ma, un "martirio" a 14 milioni di euro all'anno non mi sembra molto credibile...

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