allevamenti intensivi

Animali da macello, una sofferenza ignorata

Una tragedia è in atto quotidianamente: occorre imparare a decodificare una realtà che comporta dolore per moltissimi animali

Stefania Genovese
Animali da macello, una sofferenza ignorata

Recentemente ho assistito a numerosi report riguardanti gli allevamenti intensivi di animali, la loro spietata e crudele schiavizzazione, e come la loro esistenza sia sacrificata per il nostro gusto e per la nostra opulenta tavola imbandita, comportando conseguentemente, un depauperamento scellerato di risorse naturali ed un incremento dell'inquinamento nell' ecosistema mondiale. Forse non vogliamo mettere a fuoco la situazione; per necessità, per consuetudine, per folclore, troppo spesso obliamo che il nostro pianeta, e noi con lui, fluttuiamo in una fragile omeostasi che interconnette tutte le specie viventi alla stessa biosfera. Così ho iniziato ad apprezzare chi si orienta al vegetarianesimo o adotta uno stile di vita "vegan". Una scelta divergente e drastica, lo ammetto, una scelta contestabile forse anche da certe associazioni che hanno già lanciato l'allarme economico, notando un decremento nelle vendite di prodotti da macellazione a largo consumo, ma pur sempre una presa di posizione ammirevole. Purtroppo il settore zootecnico consuma il maggior numero di animali in termini di quantità e la realtà degli allevamenti intensivi è simile ad un lager; gli animali vengono tenuti in spazi sovraffollati, inondati da una luce artificiale, privati della loro indole vitale e naturale, costretti in angusti spazi, dove per evitare il dispendio di energie che inciderebbe sul loro peso, sono privati della motilità.


Inoltre il sovraffollamento sia per gli ovini che i per bovini, ma anche per conigli ed altre specie è un target diffussisimo; queste povere bestiole vengono imbottite di integratori chimici ed antibiotici sempre più massicci, in quanto la loro coatta ed "anaerobica" detenzione, li rende soggetti a gravi patologie fisiche come la abulia, l'aggressività, l'inappetenza, osteoporosi e molte altre. Una mucca, ad esempio, in natura vivrebbe fino a quarant'anni, mentre dopo 7/8 anni viene mandata al macello, e viene sottoposta ad una produzione forzata di latte e costretta a partorire almeno una volta all'anno nel medesimo tempo. Le vengono sottratti i cuccioli dopo tre giorni dal parto; le femmine vengono adibite al processo riproduttivo, mentre i maschi vengono fatti ingrassare con metabolizzanti, farine proteiche e scarti di macellazione.Tutto a nome del profitto e della commercializzazione sfrenata. Anche di recente controlli effettuati dai NAS in alcune stalle di allevamenti intensivi hanno riscontrato delle gravi inadempienze nell'igiene e nella pulizia, che causavano infiammazioni e problemi respiratori sia agli animali che ai loro addetti.


Inoltre la LAV svolge un’azione di costante informazione sulla realtà dell’allevamento di animali a scopo alimentare e, di volta in volta, sceglie settori specifici d’intervento in concomitanza con revisioni o conferme delle direttive europee (in collaborazione con Eurogroup for Animals e la Coalizione Europea per gli animali d’allevamento), attività legislative in corso, investigazioni e attività di controllo da organi comunitari o nazionali in seguito a numerose violazioni, adoprandosi a migliorare le condizioni di vita di queste creature, chiedendo che fossero allevate in spazi più ampi e nutrite con una dieta integrata con sostanze fibrose. Anche il Consiglio dell'Unione Europea ha deliberato ad esempio, per quanto riguarda gli ovini, che venissero modificate le gabbie di batteria convenzionali, in modo da rispettare i loro bisogni biologici. Purtroppo spesso molti allevatori hanno lamentato difficoltà economiche per procedere all'adeguamento di questa norma; e qu,i a questo punto assistiamo alla pluriabusata metafora del "serpente che si morde la coda". Forse un cambiamento di prospettiva lo si dovrebbe proprio adottare; forse sarebbe sufficiente modificare in parte la nostra dieta (riconosco che le dinamiche coinvolte siano molteplici e che vi siano complesse implicazioni a livello economico, sociale, culturale).


Perché non si può prescindere dal nostro essere totalmente immersi in una cultura antropocentrica, per cui il concetto stesso di animale molto spesso è svilito e identificato non con quello di essere vivente, sofferente e senziente, ma con quello di entità che è di fatto reificata, oggettivizzata, e che non riconosciamo, purtroppo, quando la troviamo esposta in una pratica ed appetibile confezione nel nostro supermercato di fiducia. Forse occorrerebbe un rivolgimento esistenziale, filosofico, e di pensiero che modifichi il concetto di specie, integrandolo in una visione più globale del biota. E ciò comporterebbe un cambiamento etico, salutare, certamente più empatico, solidale e conservativo del nostro stesso pianeta. In fondo come diceva Martin Luther King, "l’ingiustizia in qualunque luogo, è una minaccia per l’ingiustizia in qualunque altro luogo".

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