SCHEGGE DVRACRVXIANE

Furono gli imperatori globalisti a distruggere lo spirito greco-romano dell'Impero, iniziando dall’abolizione delle Olimpiadi

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Furono gli imperatori globalisti a distruggere lo spirito greco-romano dell'impero, iniziando dall’abolizione delle Olimpiadi

Verissimo, l’Impero romano di Caracalla era “global” e multietnico; e difatti crollò. Non paghi delle cazzate sulla provenienza africana di Adamo ed Eva (smentite ampiamente dalla scienza grazie ai continui ritrovamenti paleontologici che attestano differenti origini per i differenti gruppi etnici del globo), ora i globalisti ci ammorbano con gli imperatori romani “colorati” (come riporta l’articolo de La Repubblica del 10 agosto 2017).


Del resto, quando mai li avremmo sentiti decantare l’antica Roma, se non per sparare qualcuna delle loro boiate immigrazioniste?! Ci voleva il loro livello intellettuale per scoprire che un impero vasto dalle Colonne d’Ercole alla penisola arabica non poteva certo essere etnicamente costituito dagli stretti familiari di Romolo e Remo. La grandezza di Roma e dell’immensa Civiltà latina è stata proprio quella di assurgere a forgia politico-culturale dell'intero Occidente partendo da un piccolo borgo di pastori e segnando tutte le tappe politiche più evolute: città-stato, monarchia, repubblica, principato ed infine dominato, per poi terminare, come ogni stella che si rispetti, con l’implodere in un qualcosa di talmente sbrodolato rispetto alle compatibilità estetiche e culturali dei primordi, da non essere stato più capace di supportare la “romanitas” presso i troppo eterogenei gruppi etnici che – certo di mala voglia – erano stati inglobati in secoli di conquiste militari.


Impero è un’accezione politica generica e vuota di significato se non supportata da una coesione etnico-culturale. Finché Roma conquistava Sutri o il Sannio, infatti, acquisiva demograficamente entità politiche sì estranee ai suoi confini iniziali, ma assolutamente armoniche ai suoi valori etnico-spirituali e al suo tenore estetico-culturale. Al contrario, occupando territori etnicamente troppo distanti, come quelli mediorientali ad esempio, veniva meno qualsiasi altro collante che non fosse l’imposizione delle armi; e difatti, nelle province più orientali o meridionali, furono casini amari, come le vicende evangeliche ben testimoniano.


Certo, che fossero Umbri, Sanniti o Siriani, sempre di menar le mani si trattava nel conquistare un territorio da parte di Roma; ma un conto era menarle fra cugini per gestire un’eredità comunque familiare (come accadde con la Grecia, che non venne conquistata ma assorbita), altro era menarle contro genti che percepivano i Romani come meri alieni invasori a cui riservare solo resistenza e odio etnico.

Prova ne sia che, benché il nordafrica sia stato romanizzato molto prima della Britannia o della Germania, caduto l’Impero, i nordafricani non han perso tempo a tornare ciò che erano prima della conquista romana (e tutt’oggi ne “godiamo” gli effetti). Mentre i nordeuropei, addirittura ben più distanti geograficamente da Roma rispetto a Cartagine, non solo hanno ereditato l’Impero attraverso l'opera di Carlo Magno (un impero durato dalla caduta di Roma sino alla Prima Guerra mondiale), ma hanno mantenuto lingue, diritto ed estetica ben più romanizzati di quelli degli stessi attuali Italiani (si pensi ai kilt scozzesi, al tenere la sinistra stradale degli Inglesi esattamente come facevano i Romani, alla lingua tedesca così simile al Latino, alle iconografie araldiche, alle fisiognomiche pittorico-scultoree di tutto il nordeuropa basate su stilemi profondamente classici).

Si faccia un salto ad Avignone, a Bath o a Treviri, e poi uno a Tunisi, al Cairo o a Istanbul per confrontare quali impianti urbanistico-architettonici rispecchiano ancora quelli di Roma e di Atene e quali no. Insomma tutto ciò che di romano è esondato dai confini etnico-culturali d’Europa è risultato solo una sterile semina di civiltà e non è sopravvissuto alla permanenza delle legioni.


Quindi, nel suo espandersi troppo, l’Impero firmò la sua condanna; condanna che sarà poi eseguita con grande piacere da imperatori “globalisti” ante litteram come Caracalla, il cui editto, estendendo a chiunque quella cittadinanza romana che costituiva il principale “discrimen” fra il Civis Romanus e il resto del mondo, fu un provvedimento ossimorico che distrusse la concezione stessa di “romanità”, rendendo l’Impero una struttura spiritualmente fatiscente. Lo stesso Impero romano d’Oriente non era più Roma giacché non più costituito da Romani; e difatti durerà poco. Al contrario, il Sacro Romano Impero dei Tedeschi manterrà l’Europa salda e “romana”, iniziando dalla lingua ufficiale che resterà il latino, proseguendo con la Legge che resterà quella di Roma, per finire con la difesa dell’Europa dal pericolo islamico e con la vulgata romanizzata di un cristianesimo oramai “canonizzato” e quindi totalmente sovrascritto dal diritto e dalla spiritualità dei Latini.


Non è un caso che Greci e Romani moderni (insieme forse agli Austriaci e agli Islandesi), non avendo perpetrato il mefitico colonialismo di altre nazioni occidentali, pur trascorsi 3000 anni dall’Antichità, restano tuttora i popoli europei meno meticciati e più somiglianti ai loro ancestri raffigurati da statue e mosaici, segno che tutta la contaminazione di cui parlano i predicatori di fratellanza universale non è mai esistita.


E a proposito di Grecia: le Olimpiadi, la millenaria epopea differenzialista per eccellenza, in cui la celebrazione sportiva trovava la sua ragion d’essere proprio nella diversità di sangue e di genere dei competitori, non potevano essere tollerate da chi, allora come ora, pretendeva di schiacciare con la forza le differenze esistenti fra i popoli. Così Teodosio, altro bel genio di imperatore, le abolirà con la stessa foga globalista con cui porrà fuori legge il paganesimo tradizionale, colpevole anch’esso di testimoniare la bellezza delle differenze insite nell’antropomorfismo delle varie divinità olimpiche, nell’intento di sradicare ogni residuo di romanità dai Romani.


Ebbene oggi la storia torna a ripetersi: e il globalismo, con il suo odio per il senso d’Appartenenza e per l’ancestralità, tenta nuovamente di seppellire quelle tracce di verità che fortunatamente non sono state disegnate sulla sabbia da quattro fricchettoni, ma sono state scolpite nel marmo da chi è orgoglioso delle proprie origini.

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