intelligenza artificiale

Arrivano i robot umanizzati

Durante la Conferenza su robotica ed automazione di Stoccolma si è affrontato il problema di creare un sistema nervoso artificiale che consenta alle macchine di discernere alcuni stimoli e catalogarli come recettivi alle sensazioni di dolore

Stefania Genovese
Arrivano i robot umanizzati

Sonny, il robot che provava emozioni

Quando si pensa ai robot, subito ci si trova a ripercorrere mentalmente le immagini del film Io Robot (del 2004) ispirato allo scrittore di fantascienza Isaac Asimov, nel quale vengono descritte le famose tre leggi della robotica, e nelle quali il protagonista è Sonny, un automa di servizio molto speciale, in grado di provare emozioni e persino di sognare. Anche nel film di Steven Spielberg Intelligenza Artificiale (2001), troviamo David, un robot bambino, capace anch'egli di amare, dotato di una consapevolezza di sè, che riesce a recidere completamente il "discrimen" tra umano ed artificiale e regala al telespettatore attimi di struggente compassione ed identificazione durante la sua tragica e tormentata esistenza. Indimenticabile anche Blade Runner, un film cult del 1982, ispirato al grande genio creativo di Philip K.Dick (che fu il primo autore di fantascienza a domandarsi quale sarebbe potuto essere il futuro di una umanità costretta a relazionarsi con automi completamente identici a se stessa), in cui in una tetra e distopica Los Angeles, i replicanti, automi con sembianze umane, sfruttatati dagli uomini, si ribellano e cercano di affermare la propria dignità di esseri viventi e senzienti.


Sorge allora spontanea la domanda? Ma il progresso tecnologico ci condurrà a produrre creature artificiali così simili agli esseri umani da aspirarare a diventare una nuova specie vivente identica ai suoi creatori? Ed in tal caso, questi nuovi esseri saranno in grado di sentire e percepire come noi, ed ancor più si potrà discettare se anche in essi dimori "un anima spirituale"? Domande alquanto problematiche e che certamente implicano riflessioni etiche, filosofiche, religiose, sociali, ed attualmente non paiono così remote. Intanto i robot vengono sempre più utilizzati in campo medico, anche come avatar degli stessi professionisti, teleguidati e dotati di una telecamera ad altisssima risoluzione, consentono di visualizzare i pazienti e permettere al medico di valutare la situazione via video.


Questo accade già, ad esempio, al Policlinico San Donato (Milano), dove queste strumentazioni automizzate hanno in dotazione dispositivi molto raffinati e sensibili come ecografi ed oftalmoscopi. Ma, in questo campo, la scoperta più sensazionale ci arriva proprio dall’Università Leibniz di Hannover, dove gli scienziati Jhoannes  Kuhen e Sami Haddadin (direttore dell'Istituto per il controllo automatico, e massimo esperto di relazione uomo–macchina in Germania), hanno pensato di sviluppare un robot che attraverso sofisticati strumenti e stimoli pressori, tattili e mecccanici siano in grado di calibrare una risposta sulla base della intensità di uno stimolo a loro rivolto.


Ai primordi dell’Intelligenza Artificiale, la  constatazione che i robot non provino dolore poteva offrire vantaggi, in quanto la loro utilizzazione contemplava e contempla attività potenzialmente dannose o dolorifiche (secondo la categoria umana). L’eventualità sarebbe dunque moralmente rimossa, in quanto i robot sono macchine create per alleviare gli uomini di gravose incombenze, e hanno svariate applicazioni, dalla industria metalmeccanica, sanitaria, fino alla animazione, e persino nell’arte bellica (droni) per citarne brevemente alcuni. Indubbiamente ci troviamo già di fronte a sistemi robotici molto complessi e sempre più ibridi, costituiti da un hardware elettronico programmato da un software che regola o controlla una parte meccanica costituita da servomeccanismi, mentre quelli definiti “autonomi” vengono programmati con algoritmi genetici, reti neurali, e machine learning, ed è su di essi che si concentra l’attenzione dei moderni ingegnieri.


Ma, ad oggi, nel caso in cui quest’ultimi dovessero essere impiegati in determinate operazioni, non provando dolore, per lo meno non “conoscendo” questo stato, non potrebbero proteggere la persona da una eventuale fonte di pericolo. Se infatti noi giungessimo a considerare gli automi simili agli agenti umani, questo passaggio evolutivo sarebbe più che necessario; questo è l’obiettivo degli studiosi tedeschi, che intendono formalizzare e tradurre in una sistema artificiale  le strutture e le reazioni umane al dolore e agli stimoli nocicettivi in generale. Benchè le reazioni umane non siano lineari e sia molto difficile tradurle in un logaritmo fisso ed invariato, gli scienziati cercheranno di di delineare un modello simulativo delle reazioni comportamentali umane, avvicinandosi ad una certa accuratezza. Ma qui sorge la “vexata quaestio”; ciò che sarà dato ai robot, sarà una percezione del dolore o un modello comportamentale? 


Già in passato ci si era domandati come potesse essere “classificata” o considerata l’intelligenza in un automa, ed ora si discetta se si possa giungere ad innestare in esso sensazioni ed emozioni… I modelli simulativi dunque si stanno implementando in modo tale che ora non viene solo contemplato il piano cognitivo ma anche quello emotivo e sensorio. Dunque ci troveremmo di fronte ad una incipiente robotica plasmata a guisa della celebre statua illustrataci dal celebre filosofo E. B. de Condilac, le cui sensazioni contribuiscono a creare idee e conoscenza, precludendo però l’aspetto “spirituale” o “animistico” o piuttosto dovremmo convivere con una intelligenza artificiale simile a quella di Star Trek dove esseri umani interagiscono senza alcun problema con automi positronici e computer bioneurali, riconoscendo loro autonomia, soggettività e anche suscettibilità alle emozioni? Oppure alla luce delle nuove acquisizioni di avanguardia come le nanotecnologie, l’ingegneria proteica, la pervasività dell’innesto biotecnologico, la bio-computing ci avviciniamo già inesorabilmente ad una sorta di nuovo ibrido umano-artificiale? Dovremmo molto presto confrontarci con un nuovo genere di alterità non umana o essenzialmente “post-human” che segnerà una sorprendente rivoluzionaria ontogenesi?

 

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