caro cara

Mineo, quella brutta storia del centro accoglienza...

Scandali, inchieste, finti rifugiati ed un business dell'accoglienza che arricchisce gli scafisti. Nella cittadina catanese, 5.000 persone e 4.000 clandestini, c'è questo e di più

Fabio Cantarella
Caro Cara...

Matteo Salvini assediato dai giornalisti durante la visita al CARA di Mineo

Avvolto dagli scandali e dalle inchieste, il Cara di Mineo continua a far parlare di se. È un'altra inchiesta, questa volta della Procura della Repubblica di Caltagirone, ad accendere nuovamente i riflettori sul centro d'accoglienza per migranti più grande d'Europa. Abuso d'ufficio, turbativa d'asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente sono le ipotesi di reato che il procuratore Giuseppe Verzera contesta a dodici persone a vario titolo coinvolte nel mega appalto da ben cento milioni di euro relativo alla gestione del Cara di Mineo.


Appalto, per la verità, già finito prima sotto la lente d'ingrandimento dell'Anticorruzione, poi al centro dell'inchiesta romana “Mafia Capitale” e, infine, in un'altra indagine curata dalla Procura della Repubblica di Catania. Si evince nella richiesta di proroga delle indagini, che tra gli indagati ci sono nove sindaci dei comuni con ruoli all'interno del Consorzio, ormai in liquidazione, "Calatino terra di accoglienza". Altri indagati sono i tre componenti la commissione di gara tra i quali spicca il ben noto agli uffici Luca Odevaine. Sul "modello 21" firmato dal procuratore della Repubblica Giuseppe Verzera spuntano i nomi dei sindaci del Calatino: Anna Aloisi (Mineo, all'epoca presidente del consorzio); Marco Sinatra (Vizzini, ex presidente dell'assemblea dei sindaci soci); Nuccio Barbera (San Cono), Giuseppe Grasso (Castel di Iudica), Cosimo Marotta (Raddusa), Enzo Marchingiglio (Mirabella Imbaccari), Gianluca Petta (San Michele di Ganzaria), Giovanni Verga (Licodia Eubea), Franco Zappalà (Ramacca). Assieme a loro i tre componenti della commissione di gara: oltre a Odevaine, Giovanni Ferrera (ex direttore generale del Consorzio) e Salvatore Lentini, capo dell'Ufficio tecnico di Vizzini. (Fonte ANSA).

Negli ultimi due anni, numerose volte il leader della Lega Matteo Salvini ha fatto visita al Cara di Mineo nel tentativo di accendere i riflettori su quello che a tutti gli effetti rappresenta un pericolosissimo paese nel paese: la povera Mineo, comunità di circa cinquemila anime in provincia di Catania. Il Cara, nel suo momento migliore è infatti giunto ad ospitare anche quattromila migranti per poi percorrere la parabola discendente e attestarsi, al momento, sotto le duemila presenze in seguito ai drammatici fatti di sangue di Palagonia.


Quella maledetta notte, era il 30 agosto dello scorso anno, un 18enne ivoriano s’introdusse in una villetta e uccise barbaramente una coppia di anziani dopo aver violentato l’indifesa vecchietta. In quell’occasione il leader della Lega Matteo Salvini tornò sul posto per riaccendere i riflettori su quella che da sempre, da più parti, è stata considerata una polveriera pronta ad esplodere. Fu l’unico a protestare, ma è rimasto inascoltato come nelle precedenti visite nel corso delle quali aveva lanciato l’allarme.

Ma come si arriva a tante presenze nella struttura se neanche il 10% viene riconosciuto quale rifugiato? Il decreto legislativo 28 gennaio 2008 n. 25, al comma 2 dell’art. 27, dice chiaramente che le domande tendenti a vedersi riconosciuto lo status di rifugiato politico devono essere esaminate dalla commissione ministeriale territorialmente competente entro trenta giorni dalla loro ricezione. E, aggiunge la normativa, nei tre giorni feriali successivi la commissione deve pronunciarsi. In realtà i tempi sono esageratamente più lunghi dato che si parla anche di diciotto mesi solo per la fase volta ad esaminare la domanda. È palese come ogni giorno di ritardo si concretizzi in una violazione di legge e così, quello che dovrebbe costare trentatré giorni, viene a pesare sui fondi pubblici per diciotto mesi. E questo perché le commissioni sarebbero intasate dal notevole carico di lavoro. E allora perché non potenziare le commissioni? A chi convengono questi ritardi ingiustificati?


Certamente vanno a beneficio di chi guadagna grazie alla permanenza prolungata dei clandestini all’interno delle varie strutture destinate all’accoglienza. Come dicevamo, solo il 10% ottiene lo status di rifugiato, mentre il 22% una protezione sussidiaria e il 28% una protezione umanitaria. Il restante 40% si ritrova con la domanda totalmente rigettata (dati 2014, fonte Commissione nazionale per il Diritto d’Asilo).In effetti, i numeri dicono che a fuggire da una guerra sono ben pochi. Nel settembre dello scorso anno, su oltre tremila presenti, nessun siriano e appena un eritreo. 645 sono invece nigeriani, quasi 500 provenivano dall’attuale Gambia, 400 dal Mali, 300 dal Bangladesh. 2895 sono uomini, appena 119 donne.

Si apre quindi la fase giudiziaria (alla quale potenzialmente possono ricorrere il 90% degli immigrati sbarcati in Italia, ossia tutti coloro che non hanno avuto riconosciuto lo status di rifugiato dalla commissione) che allunga notevolmente i tempi di permanenza all’interno del Cara di Mineo (ma questo vale anche per tutte le altre strutture meno importanti), fino a tre anni. C’è peraltro un altro dato che pochi attenzionano: gli immigrati clandestini sborsano migliaia di euro per imbarcarsi ma poi, al momento di presentare ricorso al Tribunale avverso il rigetto della domanda tendente ad ottenere lo status di rifugiato, si dichiarano nullatenenti e così hanno diritto al patrocinio gratuito a spese dello Stato. Ogni ricorso pesa sulla finanza pubblica per circa 700 euro.

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