esperienza mistica o rapimento UFO?

Il volo celeste del compagno Ivàn

La graduale apertura degli archivi militari in Russia, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ci riserva non poche sorprese. E scopriamo così inedite esperienze secretate perché “controrivoluzionarie”

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Alfredo Lissoni

Alfredo Lissoni

Alfredo Lissoni è insegnante di religione e scrittore, socio del Centro Ufologico Nazionale, si occupa da molti anni di ufologia; milanese, già collaboratore del Nuovo Giornale di Bergamo, ha al suo attivo diverse collaborazioni per le principali riviste del settore: Notiziario UFO, Dossier Alieni, Giornale dei misteri, X-files, UFO dossier X, UFO Notiziario del CUN, Oltre la conoscenza, Oltre l'ignoto. Autore di programmi radiotelevisivi e consulente esterno per trasmissioni Mediaset, spesso in TV, ha realizzato diverse opere multimediali per Peruzzo; autore dell'enciclopedia Misteri e verità, ha altresì gestito un videotel ufologico ed è autore di 24 libri sugli UFO.

Il volo celeste del compagno Ivàn

Questa è la storia di Ivàn (Vanja) Moiseev, un martire moldavo nato nel 1952 e morto in odore di santità, a seguito delle torture inflittegli dai militari russi nell’era post-stalinista. Obiettore di coscienza per sincero fervore religioso, Vanja fu costretto a forza, nel 1972, a prestare servizio militare nella caserma di Kerč in Moldavia (anno in cui vi fu un’ondata di avvistamenti di sfere di fuoco in Siberia). All’epoca la Modavia era una provincia dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ripopolata a forza dal regime stalinista, che ne aveva raddoppiato la popolazione costringendo milioni di vicini ucraini a trasferirvisi. Ai riottosi moldavi erano state imposte dure leggi, tradizioni in linea col Partito e soprattutto molte restrizioni religiose, pena la vita.


Vanja, in quell’URSS ove la Pravda liquidava i dischi volanti come “fantasie del decadente mondo capitalista”, credette di avere incontrato un angelo che lo aveva portato in cielo. Ma la sua esperienza ricorda molto i moderni resoconti di rapimenti alieni, qui deformato da credenze religiose. Nello spazio vide un pianeta autoluminoso ed e alcune figure confuse con personaggi dell’Antico Testamento, con le quali non poté però comunicare (era l’angelo che, insolitamente, fungeva da intermediario unico). “Ricordo la prima sera in cui mi hanno permesso di dormire con i soldati in camerata e rammento di essermi spogliato e coricato. Alle dieci è stata suonata la ritirata; i militari erano nelle loro brande e riposavano. Non saprei dire per quanto tempo io abbia dormito. Ad un certo punto è giunto in volo da me un angelo e mi ha chiamato: ‘Ivàn, alzati’. Mi sembrava che fosse tutto un sogno. Mi sono levato, non ricordo di essermi vestito né che cosa abbia fatto; so solo che siamo volati via, ma non siamo passi alle porte o dalle finestre; siamo usciti dal soffitto e dal tetto della caserma che si erano aperti. Siamo arrivati su un altro pianeta e lì l’angelo mi ha ordinato: ‘Seguimi, perché non conosci la strada’. Gli ho ubbidito. Su quel pianeta c’era dell’erba alta e scorreva un fiumicello; lui lo ha attraversato ma, quando è toccato a me, indugiai. Mi ha chiesto che cosa temessi e gli ho risposto che mi facevano paura i serpenti. Mi ha detto di procedere sicuro perché lui mi accompagnava e lì non ne esistevano, non era come sulla Terra. Così ho guadato il fiumicello.

Poi l’angelo mi ha mostrato Giovanni, il discepolo di Cristo; questi è il primo che ho visto. Giovanni si è avvicinato in volo e ha raccontato come vivono su quel pianeta. Da lì si irradiava una luce più forte di quella che c’è da noi in pieno giorno; ho cercato il sole, ma non c’era. Dopo Giovanni, l’angelo mi ha indicato Davide, il profeta, e dopo di lui Mosè e il profeta Daniele. Ho incontrato questi quattro, ma con loro non ho parlato; era l’angelo che comunicava e mi riferiva.

Abbiamo proseguito e, poiché avevamo fatto tanta strada ed ero stanco, mi ha suggerito di riposare; ci siamo seduti sotto un grande albero e abbiamo sostato per un po’. Mi ha allora rivelato un suo desiderio: ‘Voglio che tu conosca la città celeste, la nuova Gerusalemme. Questa città c’è davvero; se tu la vedessi, però, non resteresti vivo e ti attende ancora molto lavoro sulla Terra. Ci trasferiremo su un altro pianeta e da lì ti mostrerò solo la luce che vi si diffonde, perché tu rimanga in vita. Ma sappi che essa realmente esiste’. E siamo volati via”.


Prosegue il racconto: “Abbiamo raggiunto un pianeta dove si ergevano delle cime, in mezzo alle quali si apriva una gola profonda in cui l’angelo mi ha calato per evitare che tutta quella luce potesse spaventarmi. Mi ha ordinato di alzare gli occhi e di guardare e gli ho ubbidito. Prendendo come riferimento il sole, la sua luce è minima a confronto di quella e anche l’arco prodotto da una saldatrice elettrica è niente, a paragone. Come un fiammifero rispetto al sole. Ero convinto che sarei diventato cieco dopo tale visione, ma lui mi ha detto di continuare a guardare e di non temere, perché non mi sarebbe successo nulla. E così ho fatto. Poi mi ha avvertito che era arrivato il momento di tornare sulla Terra e siamo volati via”.

Stupisce anche la descrizione del “rientro”: “Ricordo che di nuovo si sono aperti il tetto e il soffitto della caserma e ci siamo ritrovati in camerata, l’angelo da un lato del letto, io dall’altro. Siamo rimasti così, a fissarci, uno o due secondi e, quando l’ufficiale di servizio ha dato la sveglia, lui è scomparso. I soldati si sono alzati. Ho notato che ero vestito e che la mia branda era rifatta (dunque, non vi aveva dormito sopra; quindi non si era trattato di un sogno; N.d.A.). Non rammentavo altro, ricordavo soltanto la prodigiosa visione cui avevo assistito.

Si è alzato anche il mio vicino di branda; pure lui è moldavo, del villaggio di Olonešhty, distretto di Suvorov; mi ha chiesto dove fossi stato quella notte e io, che ritenevo si fosse trattato solo di un sogno, gli ho domandato: ‘Non ti ricordi che mi sono spogliato e mi sono coricato contemporaneamente a te?’. Lui ha risposto: ‘Certo, però verso le due o le tre di notte sei sparito; pensavo che ti fossi recato in città’. Per verificare come si fossero svolti realmente i fatti, gli ho proposto di rivolgerci all’ufficiale di servizio e quegli ha assicurato che durante la notte era sempre stato di guardia accanto al portone e che nessuno si era allontanato dalla caserma. Ho raccontato al mio vicino di branda il volo con l’angelo e ovviamente non ci ha creduto. Avevo pensato ad un sogno, ma era la realtà. Per due giorni mi è sembrato di vivere ancora sospeso fra cielo e terra; lavoravo ad un automezzo e provavo la sensazione di non trovarmi in questo mondo. Poi l’impressione è passata, ma lo stupore è rimasto. A motivo di ciò che mi era accaduto, venivo convocato al Quartier Generale dieci volte al giorno, ma era ancora poco: anche quindici, venti volte capitava. Non facevo in tempo a ritornare che mi chiamavano di nuovo…”.

Il racconto costò ad Ivàn la vita; non credendogli, ed immaginando che volesse atteggiarsi a mistico per fare proselitismo religioso, le guardie rosse cominciarono a tormentarlo e a torturarlo; alla fine, sevizie, botte ed interrogatori minarono il fisico già debole di Ivàn, che da lì a poco morì. La sua storia fu celata, il dossier che lo riguardava impacchettato (diario, registrazioni, verbali) e spedito al Cremlino, ove sarebbe rimasto sino al crollo del regime comunista. Solo ora gli studiosi posso disporre di quest’inedita, quanto curiosa storia di vita. Ma… cos’ha realmente vissuto il soldato Ivàn? Un’esperienza mistica o un sequestro alieno? Indubbiamente, se prestiamo fede ai suoi commilitoni, la sua sparizione fu un evento reale. Se poi quei fatti si svolsero nella mente di Ivàn, su un pianeta alieno o in una dimensione preternaturale, questo forse solo il tempo ce lo dirà. Ma certo è che questa storia rammenta molto le "false memorie", i ricordi schermo che gli E.T. porrebbero nella testa delle loro cavie umane, per mascherare la realtà di quanto accaduto nello spazio...

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