LAVORO: valore, mito o tabù?

Giovanni FLORIO
LAVORO: valore, mito o tabù?
Ogni valore ideale assoluto, quando diventa mito è già in declino e se non si sta attenti, rischia di trasformarsi in tabù. Ad esempio, la parità tra uomo e donna dovrebbe essere un Valore a cui tutta l’Umanità tende, provando disgusto e vergogna per secoli d’ignobili soprusi e violenze, ancor oggi perpetrati tra le popolazioni più incivili. Se però bisogna inventare una legge per farlo applicare concretamente, ben presto smette di essere un valore e l’enfasi giuridica lo trasformerà in mito. Avanti di questo passo, all’enfasi subentra la retorica nauseante ed ossessiva, finché l’agognata parità di genere diventerà un tabù, angosciante e deleterio, come tutti i tabù: come non ricordare l’autocensura della stampa tedesca sulla notte brava di capodanno 2016, quando branchi di magrebini hanno commesso centinaia di abusi sessuali, proprio davanti alla cattedrale di Colonia... Il legislatore sinistro e senz’anima è instancabile nell’enfatizzare valori e disvalori più o meno assoluti, legiferando minuziosamente su antifascismo, antirazzismo, omofobia, bullismo, fake news e quant’altro. Non c’è quindi da stupirsi di meticolosi articolati che impongono l’onestà, la pace e l’amore, vietando la povertà, l’egoismo e persino la stupidità. Purtroppo, il destino di queste velleità legiferanti è tragicomico. Consideriamo l’antisemitismo, tipico disvalore che in Germania è vietato per legge da più di mezzo secolo, col risultato che nessun tedesco sano di mente ne parla o scrive volentieri: è diventato un tabù. Di recente, il quotidiano più diffuso in Germania ha organizzato un curioso esperimento: sono state piazzate bandiere ebraiche in punti nevralgici di importanti città tedesche, a cominciare da Berlino, per vedere l’effetto che fa. Ebbene, non le hanno bruciate perché fatte di tessuto ignifugo, ma in un battibaleno sono state strappate e ingiuriate. Non da feroci nazisti recidivi o redivivi, ma da immigrati arabi e turchi. Ecco a che delirio si può arrivare disseminando tabù: per non essere tacciati di razzismo, nessuno s’è azzardato a deplorare la violenza antisemita di questi intolleranti, di fatto fiancheggiandoli. Inutile chiedersi come avrebbero reagito i media del mondo intero, se qualche testa di rapa rasata fosse stato sorpreso a fare le stesse cose. Occupiamoci infine di lavoro, supremo valore di una costituzione democratica, definita la più bella del mondo, sulla carta. Se per lavoro umano, intendiamo l’insieme delle attività orientate più o meno direttamente al sostentamento e possibilmente, allo sviluppo del benessere della famiglia, la Costituzione Italiana può effettivamente fregiarsi d’averlo posto a fondamento della propria sussistenza, fin dall’articolo 1. Il popolo sovrano di questo fortunato paese, potrebbe quindi occuparsi in santa pace dei fatti propri, in teoria. Se però qualcuno – e ahimè non sono pochi – fraintende marxianamente il concetto, sicché il lavoro consiste nel mero esercizio della relazione tra padrone e lavoratore, prevale il ferreo postulato del mercato: meno bisogno c’è di qualcosa, minore è il suo prezzo e viceversa in ogni senso (Legge della domanda e dell’offerta). Sforziamoci d’immaginare un’improbabile società elementare, basata sulle tipiche attività contadine che producono quello che serve per il sostentamento di chi vi si dedica. Il guadagno è bassissimo, ma anche il rischio lo è: possono capitare inondazioni, siccità e quant’altro di disastroso, ma più o meno, stagione dopo stagione, si sgobba e si mangia, ci si veste - non certo di capi firmati -, ma ci si scalda e se c’è un minimo di assistenza sanitaria, si può vivere degnamente fino a cent’anni. Andiamo invece in un’affollata metropoli e cerchiamo di farci assumere come impiegati o facchini: si guadagna tantissimo e rispetto al lavoratore basico si fa meno fatica, ci sono i sindacati, le ferie pagate e addirittura la mensa... ma si spende e si rischia tutto! Se l’azienda chiude o si “ridimensiona”, il dipendente resta disoccupato. Il che non sarebbe un problema, se in un paio di settimane di vacanza forzata, fosse possibile trovare un impiego equivalente. Purtroppo, a quanto pare, non è così. Insomma, se il sostentamento di un padre di famiglia dipende dalle sue braccia, dalle sue capacità e vivaddio, dai capricci del tempo, non sarà mai disoccupato. Se invece la vita della famiglia dipende dalle sorti e dalle decisioni altrui, tutto può succedere. Infatti, la relazione tra datore di lavoro e dipendente è manifestamente sbilanciata a favore del primo, al punto che non sarebbe esagerato definire ricattabile la posizione del dipendente. Se ripugna che una Carta Costituzionale si dichiari solennemente fondata sul ricatto, d’altra parte non si può nascondere la sensazione che sia proprio così. L’economia industriale di mercato basata su vergognosi bonus ai top manager e su bassi profitti per grandi quantità da rifilare alla massa amorfa di lavoratori-consumatori, funzionerebbe anche alla luce del dettato costituzionale, se vi fosse una efficace attitudine a minimizzare la disoccupazione. Alla prova dei fatti e delle inevitabili fluttuazioni che oggi divampano a livello planetario, ciò non si verifica e la gente qualunque rischia davvero grosso. Poco più di duemila anni fa, c’è stato chi ha intravisto il problema, indicando la soluzione da par suo. In buona sostanza, il Padrone dava la stessa paga sia agli operai assunti che ai disoccupati. A chi si lamentava, rispondeva: “Amico, ti ho pagato come concordato, ma tu sei invidioso...”. Manco a dirlo, lorsignori tutori dello status quo di allora, hanno pensato bene di infamare ed inchiodare a una croce quel lungimirante economista. Il reddito di cittadinanza di cui oggi si fa un gran parlare, non pare quindi una strampalata utopia socialistoide, ma prelude all’assunzione di responsabilità sociale del sistema produttivo ormai saldamente in mano alle oligarchie finanziarie mondialiste, obbligandole a prestare una sorta di garanzia per lo sfruttamento massiccio di risorse umane (cfr. LA MIGLIOR VITA, di Marti Gruter, Edizioni Segno 2015). Per inciso, non sarebbe male se analoga garanzia fosse prestata anche per lo sfruttamento di ogni altra risorsa naturale – cioè collettiva - come l’acqua, la terra, le foreste e quant’altro. La legge della diretta proporzionalità tra rischi e rendimenti (più si rischia, più si guadagna e viceversa in ogni senso), è corollario a quella della domanda e dell’offerta (meno bisogno c’è di qualcosa, minore è il suo prezzo e viceversa in ogni senso): applicate entrambe al lavoro marxianamente malinteso cioè disumano, prima o poi portano il dipendente alla schiavitù, costringendolo ad accettare condizioni di lavoro sempre più degradanti. Inoltre, grazie all’incessante progresso tecnico, per sua natura mercenario e succube del mercato, questa situazione non può che peggiorare. Per uscirne, bisognerebbe che il lavoro correttamente inteso come sopra, torni ad essere svincolato dal mercato, perciò stesso rivalutandosi: più bisogno c’è di qualcosa, maggiore è il suo prezzo... A questo punto però, la possibilità che il lavoro umano torni ad essere prezioso e ricercato, è molto esigua. Se capitasse un miracolo, sempre possibile almeno a livello locale, il lavoratore dovrebbe essere messo in condizione di non svendere più la propria indipendenza per quattro soldi: “Sì, verrò volentieri a lavorare per voi, ma oltre a stipendio, previdenza e benefit vari, voglio il tempo necessario per conservare il mio orticello, con le galline e la mucca, ampliare la mia casetta ed insegnare ai figli come si può campare dignitosamente, anche se non ci sono in giro offerte d’impiego interessanti come questa...” Già immagino il sciur padrun da li beli braghi bianchi o il manager della sedicente new economy, sbottare: “Cioè, verresti in ditta un giorno sì e un giorno no, ma sei matto? Invece di uno, dovrei assumerne almeno tre...” Risposta: “Bravo, hai capito proprio bene!” Abbagliata dai grandi numeri, l’economia globale è al capolinea e ormai gratifica solo le oligarchie dominanti con la servitù al seguito: impegnarsi alla sua conversione diventa una necessità incombente per tutti, anche sul piano culturale. Stupisce che i potenti del mondo insistano ad investire in palliativi, senza rendersi conto di quanto sia necessaria una svolta epocale, una visione innovativa della struttura economica portante, capace di porre al centro dell’attenzione, l’uomo e i suoi bisogni primari: libertà e giustizia. Il mondo dove tutto sembra irrimediabilmente capovolto, ne concede in abbondanza ai potenti sempre più ricchi, mentre comprime i diritti delle persone, sempre più povere: quanto prima bisognerà cominciare a fare esattamente il contrario. Altrimenti, allontanato dai cuori e stampigliato su Carta e Regolamenti, anche il lavoro sarà solo un mito, finché la nauseante retorica di politici ed intellettuali a servizio dello status quo, lo ridurranno a tragico tabù. (Riproduzione fotografica de IL DISOCCUPATO, olio su tela di un talento artistico del secolo scorso, gentilmente concessa dai famigliari.)

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