il vertice che dovrebbe rilanciare l'Ue

I 27 di Bratislava: fratelli coltelli

Tusk denuncia l'inadeguatezza dei controlli alle frontiere esterne, la vera ragione della crisi di legittimità delle istituzioni comunitarie. Juncker difende a spada tratta il "metodo comunitario"

Alfredo Lissoni
I 27  di Bratislava: fratelli coltelli

Era stato convocato all'indomani della Brexit. Ma il vertice informale dei capi di Stato e di governo dei Ventisette (l'Ue meno il Regno Unito) che si svolge oggi in Slovacchia, a Bratislava, difficilmente potrà nascondere le profonde divisioni che caratterizzano l'Ue, anche senza Londra. Divergenze che si ritrovano chiaramente nella stessa analisi delle cause della "crisi esistenziale" in cui si trova oggi l'Unione, secondo la definizione data dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker nel suo discorso al Parlamento europeo mercoledì a Strasburgo.


Basta confrontare lo stesso discorso di Juncker con la lettera del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ai leader dei Ventisette per la convocazione del vertice a Bratislava. Che in sostanza dice: "Attenzione, ho consultato i governi, non vogliono più Europa, vogliono che l'iniziativa torni nelle capitali e che la Commissione la smetta di forzare la mano, che si comporti come un organismo esecutivo obbediente, che fa quello che gli dicono gli Stati".


Tusk - facendosi interprete soprattutto delle posizioni dei Paesi dell'Est - vede nel bisogno di sicurezza, nell'incapacità dell'Ue di governare la crisi dei rifugiati (almeno fino a quando non è riuscita a limitarne la portata, con il controverso accordo con la Turchia), così come nell'inadeguatezza dei controlli alle frontiere esterne, la vera ragione della crisi di legittimità delle istituzioni comunitarie.


Juncker, da parte sua, difende a spada tratta il "metodo comunitario", che vede nella Commissione (e non nel Consiglio europeo) l'organismo centrale di proposta e di impulso; e denuncia l'incoerenza e la mancata solidarietà di tanti Stati membri, che ancora sono latitanti quando si tratta di attuare le decisioni prese insieme, che accusano Bruxelles per non doversi assumere le proprie responsabilità, e che si rifiutano di "ricollocare" a casa loro la propria parte di rifugiati per alleggerire l'onere che pesa sui paesi in prima linea, la Grecia e l'Italia.

Le divisioni sono fortissime anche fra gli Stati membri: sull'immigrazione l'Italia è con la Commissione e con la Germania, la Francia è più ambigua, i paesi dell'Est (almeno quelli del gruppo di Visegrad, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Polonia) stanno dall'altra parte e non riconoscono gli obblighi della politica comune prevista dal Trattato Ue.

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