Sponsor delle riforme renziane

Dall'apocalisse all'ottimismo, le "autorevoli" previsioni di Confindustria

Il centro studi confindustriale preconizzava il crollo del Pil e disastri immani in caso di vittoria del No al referendum Boschi-Renzi. Nessuna di quelle stime si è avverata. Ora dimentico di quei numeri terrificanti disegna un radioso avvenire

Marco Dozio
Dall'apocalisse all'ottimismo, le "autorevoli" previsioni di Confindustria

Foto ANSA - Boccia numero uno di Confindustria con Renzi

In un Paese che soffre, con il dato della disoccupazione non solo giovanile a livelli ancora spaventosi e dove, come riportato dall’economista Alberto Bagnai, circa il 40% della forza lavoro è in lotta per la sopravvivenza, tra disoccupati, scoraggiati e sottoccupati, Confindustria disegna un futuro all’insegna dell’ottimismo. Alzando le stime del Pil a +1,5 nel 2017 e +1,3 nel 2018, rispetto a +1,3% e +1,1% indicati solo tre mesi fa. Carramba, che sorpresa. L’Italia è attesa da un radioso avvenire, segnatevelo: “Queste previsioni potrebbero rivelarsi prudenti”, spiegano cauti da via dell’Astronomia, dove la prudenza è sempre di casa.

Del resto come non ricordare le previsioni apocalittiche, ma certamente prudenti, sul referendum costituzionale dello scorso dicembre. Se il Paese avesse rigettato la riforma Boschi-Renzi, sarebbe sprofondato in una spirale di crisi senza precedenti. Con tanto di specchietto esemplificativo, l’autorevole centro studi confindustriale, lo stesso che ora vede un domani a tinte rosa, preconizzava un Paese nella morsa della recessione per il 2017, con un crollo del 4% del Pil e del 17% degli investimenti, quindi 600.000 posti di lavoro in meno e 430.000 poveri in più tanto per gradire. Una catastrofe immane. E solo per aver bocciato il pastrocchio renziano.

Memorabile l’intervista al Fatto che il capo economista del centro studi Luca Paolazzi rilasciò nelle settimane successive al referendum. Fu tutto un “Posso convenire che lo scenario non si è verificato” e “Un po’ apocalittico lo sono stato”, ammettendo di aver commesso “un errore di prospettiva politica” nel parteggiare per Renzi e il suo governo. Ora il medesimo centro studi, guidato dal medesimo Paolazzi, smentisce in scioltezza se stesso e quelle stime da fine del mondo diffondendone delle altre di segno diametralmente opposto.

La narrazione entusiastica è però inframezzata da sprazzi di dura realtà, come le considerazioni sui giovani: “I flussi crescenti di emigrazione" degli under 40 legati alla mancanza di occupazione, spiegano i confindustriali, producono "una perdita di capitale umano stimata in 1 punto di Pil l'anno". "Solo 2015, con un picco di oltre 51mila emigrati - dai 21mila del 2008 - la perdita si aggira sugli 8,4 miliardi". A questo si aggiunge "la perdita associata alla spesa sostenuta dallo Stato per la formazione" di giovani che hanno lasciato il Paese, per "5,6 miliardi" dalla scuola primaria all'università, per un totale di "14 miliardi".

Insomma "l'inadeguato livello dell'occupazione giovanile sta producendo gravi conseguenze permanenti sulla società e sull'economia dell'Italia, sotto forma di depauperamento del capitale sociale e del capitale umano", per gli economisti di Confindustria si tratta appunto di "un’emergenza", "il vero tallone di Achille del sistema economico e sociale italiano", un "doppio spreco per il Paese" che "si traduce in abbassamento del potenziale di crescita" e "vanifica in parte il potenziale delle riforme strutturali faticosamente realizzate". Dunque se le riforme non funzionano o funzionano male, non è perché sono sbagliate o nocive, figuriamoci.

Le previsioni apocalittiche di Confindustria per il referendum costituzionale del dicembre 2016



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