Suicidio assistito: comunicato congiunto di tre associazioni cattoliche

L’Ordine dei medici italiano? Ha una “visione statalistica del diritto”

Dopo la discussa sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito «la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare», il Consiglio nazionale dell’Ordine dei medici spinge sul suicidio assistito modificando il Codice deontologico. E diminuendo di fatto l’autonomia della professione, stando almeno al parere dei giuristi e dei medici del Centro studi Rosario Livatino, del Forum sociosanitario e del Movimento per la Vita Italiano

Giuseppe Brienza
L’Ordine dei medici italiano? Ha una “visione statalistica del diritto”

Diminuisce ancora di più l’autonomia della professione medica?

Tre associazioni di giuristi e medici d’ispirazione cattolica, il Centro studi Rosario Livatino, il Forum sociosanitario e il Movimento per la Vita Italiano, hanno espresso in un comunicato stampa congiunto la loro preoccupazione per il testo, approvato il 6 febbraio scorso dal Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo), degli “indirizzi applicativi dell’articolo 17” del Codice deontologico medico, che ha fatto seguito alla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale sul suicidio assistito. Si tratta, infatti, di scelta né obbligata né necessaria, che non si concilia affatto con le “vigenti disposizioni della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale”. Questo perché l’art. 1 comma 2 della legge n. 833/78 definisce il sistema statale di tutela della salute pubblica “il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”, e non certo quindi all’aiuto che il medico sarebbe tenuto a dare nel caso del suicidio assistito. Con la modifica voluta dall’Ordine dei medici, di fatto, “ci si trova di fronte al paradosso di una norma deontologica che tutela il paziente meno rispetto a una norma di legge positiva”. 

Se la legge n. 219/2017, istitutiva delle DAT, rinvia alla “deontologia professionale”, vuol dire che le regole della disciplina medica hanno un loro peso e non sono in tutto subordinate a quelle della legge dello Stato. “Perché allora cambiarle, o integrarle - affermano gli esperti del Centro Studi Livatino, del Forum sociosanitario e del Movimento per la Vita -, riprendendo la lettera - controversa e opinabile - della sentenza 242? Comportarsi come se le disposizioni deontologiche fossero per intero sottoposte alla legge significa per un verso avallare una visione statalistica del diritto, negando rilievo all’autonomia dei gruppi sociali - fra i quali gli Ordini professionali -, e quindi al pluralismo dell’ordinamento” (Comunicato su “Indirizzi applicativi dell’articolo 17 del Codice Deontologico ed Etica della professione sanitaria. Il caso del suicidio assistito”, Roma 15 febbraio 2020).

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