Rassegnazione rossa

Ferrari in crisi aperta, Marchionne ha perso il tocco?

La stagione dei grandi proclami si sta trasformando in una nuova disfatta. Responsabilità della Gestione Sportiva o di un Presidente troppo sicuro delle sue potenzialità?

Fabrizio Berini
Sergio Marchionne

Foto ANSA

"Ferrari, il 2016 è l'anno del titolo!". Così si esprimeva Sergio Marchionne, Presidente della scuderia di Maranello, all'alba della nuova stagione suscitando, a margine della cerimonia della quotazione in borsa del cavallino rampante, un immediato entusiasmo tra gli appassionati tifosi della rossa che, con crescente apatia, da quasi due lustri sono costretti ad assistere alle vittorie degli altri.

Da esperto stratega aveva scelto un momento che riteneva perfetto per sollevare l'ascia di guerra nei confronti delle imprendibili stelle d'argento della Mercedes, il temibile avversario subentrato in ferocia prestazionale al dominio delle "lattine austriache", sfruttando l'onda mediatica di un suo nuovo successo manageriale come la quotazione del titolo Ferrari alla Borsa di Milano.

A volerci mettere nei suoi panni probabilmente gli sembrava tutto fin troppo facile. In una sola mossa aveva mandato a casa quel Luca Cordero di Montezemolo che, anche se non lo ammetterà mai, mal sopportava forse per l'aurea di vincente che si portava dietro con "appena" 6 mondiali piloti (su 15), 8 mondiali costruttori (su 16) con 118 primi posti (su 224) oltre a due mondiali persi per una manciata di punti. Poi si è concentrato sulla Squadra Corse andando a epurare il team di progettazione, salutando con leggerezza Fernando Alonso, e passando il controllo della Gestione Sportiva a tal Maurizio Arrivabene, anche lui uomo di grande successo manageriale (toh, proprio come il nostro) ma più dedito al "fumo" di uno sponsor storico della Rossa che al vero "arrosto" rappresentato dai successi in pista.

Oltre tutto la stagione 2015 appena trascorsa era andata oltre ogni auspicio con ben 3 vittorie conquistate dal quattro volte Campione del Mondo tedesco Sebastian Vettel arrivato alla corte di Maranello per rinverdire i fasti dell’epopea Schumacher (già, tedesco anche lui) e i presagi per l’anno a venire non potevano che essere carichi di entusiasmo.

Eppure le cose stanno andando diversamente, molto diversamente! La nuova vettura, nonostante grossi passi avanti in tema di power unit, continua a palesare enormi limiti dal punto di vista telaistico e la trazione pare essere ormai diventata un’autentica spada di Damocle che affligge sempre, solo e soltanto l’italica scuderia quasi fosse un’anomalia genetica più che di progettazione. Le prestazioni medie sono in calo sensibile se raffrontate a quelle della Mercedes e anche la rediviva Red Bull sta tornando ad essere molto competitiva e lotterà fino alla fine per la piazza d’onore.

A questo punto, giunti alle soglie del giro di boa, con una classifica deficitaria sia per il ranking "piloti" che per quello "costruttori" i tifosi hanno già iniziato il solito doloroso gioco dell’indovinare cosa sia meglio tra il cercare di sviluppare l’attuale monoposto o cestinare tutto iniziando a lavorare fin da subito sul telaio 2017 che presenterà tante modifiche regolamentari. Ovviamente per un popolo come il nostro dove nel calcio siamo tutti allenatori e in F1 tutti motoristi l’altro tema di discussione molto sentito è quello dell’individuare i colpevoli e il primo a essere tirato in ballo è il Team Principal Maurizio Arrivabene, personaggio che pare sottratto a una soap opera con uno stile da uomo deciso, barba incolta quel tanto che basta e uno sguardo da “sciupafemmine” che pare sposarsi poco e male con il mondo delle corse dove all’ideale dell’uomo impomatato si sostituisce quello dell’uomo unto tra grasso e olio con mani ruvide ed esperienza di pista decennale.

Probabilmente un’altra scelta sbagliata per uno dei muretti più chiacchierati del circus dove, anno dopo anno, si comprende sempre di più quanto sia difficile sostituire quell'autentica macchina da guerra che, a discapito del fisico mingherlino e dei modi gentili, era Jean Todt. Ma siamo sicuri che sia davvero lui, Mr. Arrivabene, il problema principale all'interno della scuderia Ferrari?

Facciamo un piccolo passo indietro e confrontiamo la stagione passata e quella attuale. Abbiamo già constatato come il 2015 abbia proposto una vettura mediamente più competitiva, capace di avvicinarsi sia in qualifica che in gara alle frecce d’argento, e padrona assoluta della seconda piazza con vista sul titolo. Parimenti sappiamo che nel 2016 le prestazioni non tengono il passo con gli avversari, lo sviluppo non sembra offrire opportunità di riavvicinamento e la frustrazione nei piloti pare crescere giorno dopo giorno (avete mai visto Vettel commettere così tanti errori? Nel solo GP di Gran Bretagna ne ha compiuti quanti in un anno in Red Bull).

Sintetizzando possiamo affermare che la vettura dell’anno scorso risentiva fortemente dell’influenza della vecchia squadra di progettisti perché se c’è una cosa impossibile in Formula 1 è quella di creare in pochi giorni una vettura completamente nuova tagliando drasticamente con il passato. Ma se è difficile comprendere in quale percentuale abbiano poi inciso le scelte di sviluppo fatte dagli attuali tecnici sulla vecchia SF15-T non ci sono dubbi nell'assegnare la totale responsabilità delle prestazione della SF16-H alla Squadra Corse plasmata dal Presidente Marchionne. Possibile, quindi, che lui possa sentirsi esente da ogni responsabilità come avviene regolarmente nel calcio dove certi Presidenti sprecano male i propri soldi e poi accusano altri di non saper lavorare?

Essere uomini di successo non è cosa affatto semplice ma è più redditizio cimentarsi in mansioni più attinenti alle proprie competenze ed esperienze delegando ad altri la gestione di campi poco conosciuti. Pensando al recente passato proprio Montezemolo, oltre a saper lavorare alla grande sull'aspetto emotivo tirando fuori dai propri uomini risorse tecniche e nervose inimmaginabili, aveva una grande esperienza di pista e forte di questa "skill" riusciva a scegliere figure adatte ai vari ruoli (forse l’unico errore fu quello di promuovere Stefano Domenicali come Team Principal).

Alla luce di queste considerazioni è possibile ipotizzare che Sergio Marchionne non sia al posto giusto al momento giusto o abbia, più semplicemente, smarrito il tocco magico del manager di successo andandosi a prendere, con forse eccessivo imperio, un ruolo troppo delicato? Riteniamo di sì! Nulla da eccepire sulle sue grandi qualità, i risultati gestionali che ha raggiunto parlano da soli e il suo ruolo di Presidente della Ferrari accresce enormemente il prestigio generale del marchio, ma non vorremmo che alla fine della giostra, nella convinzione di essere un novello Re Mida, finisca lui stesso per imbrigliare la Ferrari in un percorso fatto di sofferenza sportiva volendo entrare troppo nella gestione dell’area tecnica.

Siamo a un punto della stagione in cui è fondamentale non sbagliare la programmazione del prossimo anno e la scelta degli uomini a cui affidare la gestione del reparto corse è determinante. E nello scegliere uomini a cui delegare compiti precisi Marchionne è, probabilmente, tra i migliori al mondo. Essere grandi condottieri significa anche saper prendere coscienza degli errori commessi e girarli a proprio favore. Il tempo c’è, speriamo ci sia anche la volontà perché la pazienza di chi ha un motore rosso Ferrari al posto del cuore non è eterna.

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