le scelte scellerate della sinistra interventista

Guerra in Libia. Toh, si sveglia Prodi

"La pace nel Paese", pontifica il Professore, "è una condizione assolutamente necessaria affinché si possa procedere a una politica di integrazione degli immigrati". Perché non va a dirlo ai suoi?

Alfredo Lissoni
Guerra in Libia. Toh, si sveglia Prodi

La pacificazione in Libia è la "condizione assolutamente necessaria" per arrivare ad una politica di integrazione degli immigrati in Italia, tranquillizzando gli italiani. Lo ha detto l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, nel suo intervento di lunedì al convegno nazionale "Reti della carità" organizzato a Bologna in occasione della giornata mondiale di lotta contro la povertà e dimenticando che proprio il suo partito fu, negli anni passati, il più accanito sponsor di un intervento armato che avrebbe dovuto "pacificare" il Paese e che, con la caduta di Gheddafi, spalancò invece le porte all'Isis. Facendo finire i libici dalla padella alla brace.

"La pace in Libia", pontifica oggi Prodi, "è una condizione assolutamente necessaria affinché si possa procedere a una politica di integrazione degli immigrati, tranquillizzando anche la popolazione italiana e garantendo ai poteri politici che possano recuperare un certo rapporto con gli elettori". Questa comunque, secondo il professore, è una "operazione estremamente difficile". Infatti "siamo ancora lontani dalla pacificazione in Libia". Vero. Grazie alla sua Sinistra. Lo vada a dire a loro.


Come giustamente ha fatto notare il blogger Giampaolo Rossi, opinionista de IlGiornale.it, dobbiamo ringraziare "Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido di non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali...Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane". Oggi Prodi pontifica. A vanvera, come al solito.


Sarà difatti il caso di ricordare cosa giustamente scrisse sul Resto del Carlino il 26 agosto 2009 il giornalista Andrea Cangini: “Fu il primo capo di governo occidentale a precipitarsi in Libia per abbracciare Gheddafi dopo la fine dell'embargo. 'Adesso è possibile un rapporto su basi di amicizia, collaborazione e rispetto reciproco', disse. 'L'Italia si mette a disposizione', concluse. Non era Silvio Berlusconi, era Massimo D'Alema. Il quale, col pragmatismo che gli è proprio, si inserì in un solco già tracciato da Romano Prodi, altro e non meno concreto amico di Tripoli”.


Prodi (al quale Gheddafi riderà in faccia alla richiesta di riconoscere che la Libia aveva finanziato il terrorismo islamico), sin da quando era premier nel 1996 e nonostante l'embargo USA, aveva intrecciato rapporti stretti, politici e commerciali, con Tripoli, ove aveva persino inviato alcuni suoi più fidati collaboratori. “Affaristi come Angelo Rovati”, ci ricorda Cangini, “sempre presente ai ricevimenti dell'ambasciatore libico a Roma. Prodi si ricordò di Gheddafi anche da presidente della Commissione Europea: lo incontrò segretamente e ufficialmente lo coinvolse nel vertice di Barcellona. Gheddafi non l'ha mai dimenticato. E infatti in occasione della stipula del trattato italo-libico che nel 2008 chiuse formalmente il contenzioso tra i due Paesi, definì Prodi e D'Alema 'uomini audaci'. Dove la loro audacia fu quella di ignorare i diktat americani rimanendo sempre vicini alla Libia. Senza mai curarsi del fatto che Gheddafi fosse un dittatore e che i migranti che passano per la Libia fossero notoriamente e sin da allora a dir poco maltrattati”.


Quando nel 2011 il Governo votò a favore dell'intervento militare in Libia, e la Lega votò contro (temendo, come poi avvenne, che la dissoluzione della  Libia spalancasse le porte al terrorismo islamico) a Radio Padania fioccarono le telefonate dei “sinistri” che, indignati, accusavano il Carroccio di avvantaggiare indirettamente, con il loro astensionismo, un dittatore. Dittatore al quale, sino a poco tempo prima, proprio i leader comunisti avevano baciato la mano. Berlusconi lo fece realmente nel 2010 a Sirte, Prodi e D'Alema lo fecero con i fatti. Fino all’arrivo di Napolitano.

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