psicologia del profondo

Strage al Pulse: le motivazioni

Nella mente disequilibrata, narcisistica e multiproblematica del killer di Orlando

Stefania Genovese
Strage al Pulse: le motivazioni

Molto è stato detto riguardo Omar Mateen, il 29enne americano di origine afgana che si è macchiato dell'efferata uccisione di cinquanta giovani,  dopo aver infierito sui corpi di coloro che con freddezza e calcolo giacevano riversi a terra, per accertarsi con scrupolosa meticolosità se fossero ancora vivi. Dei molti ragazzi feriti, scampati incredibilmente al folle e premeditato eccidio, alcuni lottano ancora tra la vita e la morte. Taluni media hanno recusato, nonostante la rivendicazione jihadista, che il killer fosse stato plagiato dai deliranti dettami di un islam radicale, mentre spostavano l'attenzione sul movente di natura omosessuale, mediante la ricostruzione compiuta attraverso testimonianze dei famigliari e di conoscenti che spesso lo avevano visto proprio al Pulse, in questa discoteca gay, manifestare comportamenti violenti e squilibrati, che ne avevano motivato spesso l'allontanamento forzato.


Ma può una sola tra queste due cause offrire comprensione esaustiva su ciò che è realmente avvenuto nella mente di questo giovane? Certamente Omar non aveva una personalità stabile; è probabile che dentro di sè vivesse questa dicotomia tra l'appartenere ad un categoria di persone etichettate come "diverse" e il seguire una religione fondamentalista che deplorava causticamente la sopracitata categoria. Può darsi che da bambino avesse vissuto in un ambiente angosciante, rigido, che lo ha portato a rimuovere la sua frustrazione di non essere compreso, e di non sentirsi adeguato alle aspettative ed agli ideali del proprio nucleo famigliare.


Egli avrebbe potuto anche aver rimosso momentaneamente, questi stati emotivi, spostandoli nell'inconscio e lasciandoli giacere per anni, quasi obliati, ma pronti, in un istante, a riemergere improvvisamente ed a proiettarsi all'esterno verso le proprie vittime. Si spiegherebbe così l'accanimento e lo strazio dei giovani del Pulse; in essi lui vedeva l'origine dei propri mali, ed ucciderli per lui significava dare sollievo momentaneo a quel tormento esistenziale “malato” che gli dilaniava l'animo. Un personaggio multiproblematico che proveniva da un contesto famigliare sociale anch'esso soggetto a devianze e schemi comportamentali di pertinenza sociale o legale. Il suo diniego all'omosessualità può averlo spinto a compiere questo eccidio? Considerando che, a giudizio dello psichiatra Richard Isay, chi è omosessuale ha un'identità psichica integrata, matura e suscettibile alla patologia né più né meno di quella eterosessuale, e che ogni tentativo di modificare l'orientamento sessuale ha conseguenze dolorose e dannose per l'individuo e per la società, ciò induce molte serie riflessioni su Omar Mateen.


Anche lo psicologo-psichiatra Simon LeVay, che ha recentemente pubblicato in un libro una raccolta di studi genetici, endocrinologici, e cognitivi-evoluzionistici sulla omosessualità, ha sottolineato come essa si determini attraverso differenze genetiche, ma soprattutto mediante la variabilità di processi biologici interagenti con il feedback ambientale che plasmano l'orientamento sessuale e le sue sfumature. Conseguentemente, si comprende, quanto possa essere complicato e delicato il percorso di individuazione del Sè, che si sviluppa attraverso un processo percettivo, empatico, relazionale, molto complesso. È da presumere dunque che l'assassino non abbia mai raggiunto un traguardo psicologico soddisfacente che gli consentisse l'indipendenza dall'appartenenza al gruppo di tendenza omosessuale, ne tantomeno al gruppo di fede islamica radicalizzata, perchè cognitivamente si sentiva frammentario e la propria identità era inibita, costretto in un vortice di decisioni antitetiche che lo condizionava negativamente precludendogli così la definizione del suo rapporto con se stesso e con gli altri.


La sua mente si trovava al valico di un baratro insormontabile in quanto ormai incapace di riconoscere la complessità di una etica ferrea ed intransigente a cui doveva aderire, immersa in una notte ove l'incomunicabilità e la sofferenza non gli lasciavano requie; così egli versava straziato dicoticamente tra due "esistenze possibili" così diverse e all'antitesi una dall'altra... Per placare questa lacerazione psicologicamente deflagrante e dolorosa, l'unica soluzione era "immolarsi" per una causa che avrebbero placato le sue perpetue congetture ed esaltato la sua presunta umiliante e spregevole condizione. Prima però avrebbe eliminato tutti coloro che ai suoi occhi erano riusciti a conquistare la propria stabile identità di "diversi" con il beneplacito e l'accoglimento della stessa società in cui lui era cresciuto. Lo psicologo dello sviluppo George Klein ha spesso notato come l'individualità cresca in parallelo con un "noi" variegato che include differenti gruppi dalle svariate dimensioni sociali e psicologiche.


Nella complessa dinamica interelazionale di Mateen gravitavano dunque due gruppi di base che ne avrebbero deciso la formazione della sua individualità sociale, che gli avrebbero consentito una interdipendenza psicologica in cui il tutto sarebbe stato qualcosa di più della semplice somma delle parti, in cui egli avrebbe riscontrato obbiettivi unitari, e da cui avrebbe ricevuto contenuti di cooperazione e di gratificazione.Purtroppo per Mateen ciò non è avvenuto: infatti in lui, era molto labile anche la costruzione dell'identità nazionale, dal momento che rivendicava la sue radici afgane e per un senso di debolezza e fragilità si sentiva non "propriamente" americano, ma molto più legato emotivamente alle sue radici mediorientali. È importante sottolineare, alla luce delle molteplici stragi compiute in nome del radicalismo islamico, che, le persone che le avevano perpetrate, avevano vissuto sulla propria pelle, un senso di estraniazione o avevano patito anche una minima forma di razzismo o di esclusione, nonostante fossero cresciuti lontani dal paese di origine dei propri genitori ed apparissero in parte integrati.


Questo non è un atto giustificatorio ma può esemplificare quanto possa essere determinante per un soggetto psichicamente fragile o disorientato, sviluppare una personalità intollerante o ostracizzante, a margine di un atto negativo subito (magari nella infanzia o nella preadolescenza), che nella propria mente viene considerato opprimente, ingiusto ed esasperante (ad esempio un terrorista raccontò che da piccolo per strada lui e sua sorella vennero pesantemente offesi e spintonati per i loro costumi e le loro fattezze mediorientali, e che già da quel momento in lui era scaturito un odio verso il mondo occidentale)... Certamente l'identità sociale varia da individuo ad individuo, ed i fattori emotivi concomitanti per la sua storia personale sono correlati a fenomeni di affinità e valori comuni. Il killer di Orlando pativa anche questo senso di inadeguatezza nel dover appartenere ad una identità nazionale che non riconosceva, e ciò gli ha scatenato complesse dinamiche "ingroup", ed "outgroup", in cui doveva capire ogni volta da che parte stare. Non si sentiva americano, rivendicava le sue origini straniere perchè non era mai stato veramente membro attivo di quello Stato in cui viveva, nonostante le apparenze; e nel contempo sapeva che le libertà e la tolleranza di quella società potevano essere il lasciapassare per riconoscere ed ammettere la sua bisessualità, e le sue propensioni fluttuanti verso un partner dello stesso genere.


Ma vi era ancora un'altra tessera del mosaico che stava plasmando  in modo distorto la sua personalità; l'essere stato sempre legato ad una cultura la cui fede esasperata riconosceva l'importanza della virilità, della opposizione al diverso, e che offriva sostegno ed una compensante idealizzazione narcisistica di un Sè grandioso. Nell'animo turbato di Omar Mateen si agitavano cogentemente queste riflessioni, sempre in perpetuo contrasto tra di loro; la loro stratificazione e sovrapposizione, sono state le micce che hanno creato inizialmente meccanismi compulsivi ed ossessivi, e che alla fine lui stesso, non essendo più capace di rimuovere o giustificare cognitivamente, ha rielaborato in una forma insana di immenso odio  in primis eterodiretto, ma consequenzialmente anche autolesionista. Ormai l'unica soluzione per tacitare questi tormenti identitari era quella di distruggere e autodistruggersi con la falsa consapevolezza che una morte da combattente e da eroe avrebbe riscattatato la sua pena di percepirsi come una persona inadeguata e detestabile.

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