terrorismo iconoclasta

Distruggere l'arte in nome di Allah. Perché?

Renzi copre le statue classiche per non offendere gli ayatollah. In realtà il fondamentalismo islamico le distrugge non perché siano idoli ma per rovinare il turismo dei Paesi da conquistare

Redazione
Distruggere l'arte in nome di Allah. Perché?

Un Occidente debole è facile preda del fondamentalismo islamico. Accade ora con Obama, che non sa fronteggiare l'Isis e che si sveglia all'ultimo momento dopo la mattanza di Nizza, chiedendo di monitorare gli aeroporti; successe in passato con l’Europa piagnucolona, che non seppe farsi valere coi talebani. Nella sue guerra personale in Afghanistan Osama bin Laden era stato nascosto proprio da questi ultimi, e sostenuto dal loro consiglio degli Ulema; alcuni analisti ritengono che l’inizio delle ostilità di questi ultimi contro l’Occidente risalisse ad un episodio precedente, la distruzione dei Buddha di Bamyan, con il pretesto che fossero idoli pagani. Ma c’è chi pensa che quell’atto iconoclasta fosse solo un test per saggiare la capacità di reazione dell’Occidente indignato.

Per evitare la distruzione delle statue i talebani chiesero pretestuosamente soldi; l’Occidente si mostrò debole con i ricattatori e glieli offrì; ed i talebani capirono così che potevano sfidare impunemente l’Occidente, divenuto oramai vulnerabile. In realtà, l’episodio celava un segnale ben preciso, l’annientamento meticoloso e scientifico di tutto ciò che non è contemplabile nella visione dell’Islam integralista: i simboli del potere dei crociati, cioè degli occidentali; e le figure sacre delle altre religioni, siano essi i Buddha afgani o il “papa degli infedeli”. L’intelligence ha difatti sventato, nel 1994, un tentativo di uccidere Giovanni Paolo II in viaggio nelle Filippine. Oggi l’Isis si comporta allo stesso modo: fa tabula rasa del sito archeologico romano di Palmyra e distrugge le millenarie sculture assiro-babilonesi di Nimrud. Non perché siano idoli; lo fa per distruggere l’unica fonte di entrata di quelle città, che vivono di turismo. Perché un Paese povero e disperato diventa facile preda delle “sirene” del jihadismo.

Come l’Isis, anche al Qaeda non odiava solo l’Occidente, ma anche la cristianità; ciò non ha impedito ai suoi miliziani di approfittarsi degli ideali di ecumenismo e reciprocità delle gerarchie ecclesiastiche; per conquistare una patina di rispettabilità, i terroristi hanno spesso finto di cercare il dialogo con le altre grandi religioni; i fatti li hanno smentiti.

 

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