Affari e silenzi

Panama Papers: "Lo scandalo non è finito". Intervista a Paolo Biondani

Il giornalista dell'Espresso, tra gli autori dell'inchiesta sui paradisi fiscali, spiega gli sviluppi del caso che ha coinvolto decine di personaggi illustri in Italia e nel mondo

Marco Dozio
Panama Papers, "Lo scandalo non è finito". Intervista a Paolo Biondani

Foto Chiarelettere

È lo scandalo finanziario del secolo. Eppure dopo il clamore iniziale, sui Panama Papers pare scesa una coltre di silenzio e indifferenza. Anche in Italia. Nessuno o quasi ne parla. E nessuno ha pagato. Finora.

Giornalista dell’Espresso, Paolo Biondani è tra gli autori dell’inchiesta, condotta con un pool di reporter internazionali, che ha scoperchiato il vaso di pandora della finanza offshore. Perché i Panama Papers, a un mese dalle rivelazioni, sembrano già finiti nel dimenticatoio?

Difficile dirlo. In alcuni Stati le società offshore rivelate dai Panama Papers coinvolgono la classe di governo, dunque anche per questo motivo che c’è stato il tentativo di minimizzare. Altrove esistono iniziative importanti, che per adesso sono sottotraccia. A livello di Ocse, l’organismo che redige le liste nere, che decide quali Stati si possono considerare attendibili sul piano della collaborazione fiscale e giudiziaria, esiste un’attività intensa per costringere Panama a dare tutte le carte.

Esiste davvero la volontà politica di aggiustare le distorsioni del sistema?

Pare che per la prima volta non sia successo tutto invano. Almeno a livello di Europa, Usa e in generale dei paesi Ocse sembra che ci sia la volontà di attuare un giro di vite. Dipenderà molto anche da chi vincerà le elezioni soprattutto in Usa e Gb. Obama ha segnato una svolta per quanto riguarda l’evasione fiscale ai danni degli Usa. Anche Cameron ha annunciato un giro di vite rispetto ai paradisi fiscali britannici tipo Virgin Islands.

È uno scandalo sociale prima che giudiziario?

Si tratta di far pagare un minimo di tasse ai super ricchi. La realtà è che queste persone pagano zero. La popolazione più ricca colloca le proprie attività economiche in paradisi fiscali in cui non si paga nulla. Ripeto, nulla. Nelle Virgin Islands le tasse sugli utili aziendali sono zero. Da noi c’è l’idraulico o il metalmeccanico che pagano il 40 o il 50% di tasse. E il miliardario paga zero. Un’indecenza. Inoltre questo sistema permette di avere l’anonimato: un problema per i Paesi che si ritengono civili. Non è tollerabile che il narcotrafficante, il mafioso o il terrorista possano sfruttare i canali dell’economia ordinaria.

Perché in Italia tra le centinaia di persone coinvolte nessuno ha fatto una chiara ammissione? C’è la corsa a minimizzare e a nascondersi?

Dopo la pubblicazione degli elenchi abbiamo ricevuto solo una o due lettere di smentita. E in quelle liste abbiamo identificato con certezza assoluta 280 italiani. A chi l’ha fatto abbiamo risposto pubblicando i documenti su Internet.

Si trattava di una persona famosa?

Era Carlo Verdone. Che a quel punto ha cambiato versione, dicendo che è stato indotto in errore da una persona di cui si è fidato. Ma la stragrande maggioranza delle persone coinvolte non ha detto nulla. Finché lo scrive un giornale possono anche infischiarsene, visto che in questo Paese passata la bufera ci si dimentica di tutto. Il problema per loro inizierà se e quando l’Agenzia delle entrate riuscirà ad avere da Panama le carte ufficiali, quelle col timbro. E a quel punto per queste 280 persone saranno dolori.

Quasi 10 anni fa con Vittorio Malagutti e Mario Gerevini ha scritto il libro “Capitalismo di rapina” (Chiarelettere). Da allora è cambiato qualcosa?

Mi capita di riprendere in mano quel libro: è impressionante constatare come i metodi e le ruberie di certo capitalismo italiano e di alcune banche di provincia siano poi stati riscontrati ai massimi livelli internazionali, in meccanismi molto più grandi. Parlavamo di Parmalat o della Banca Popolare di Lodi: sembravano classici casi di illegalità italiana, poi abbiamo visto come è fallita Lehman Brothers. Non era soltanto un’anomalia italiana, ma la spia di un sistema finanziario globale completamente sregolato.

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