Burocrazia e sprechi

Il piano per controllare i centri profughi è fermo da due anni. L'inerzia di Alfano

Quando Angelino guidava il Viminale, prima di fuggire alla Farnesina inseguito dalla fama di ministro dell'invasione, non attuò il progetto di monitoraggio sulle irregolarità dei Cara. In compenso il Governo spende 500mila di euro per una rivista pro immigrazione

Redazione
Il piano per controllare i centri profughi è fermo da due anni. L'inerzia di Alfano

Foto ANSA

Nell’Italia colabrodo, Paese dove l’invasione prospera nell’illegalità diffusa, c’è un piano di controllo dei centri profughi mai attuato. È nei cassetti da due anni, da quando Angelino Alfano sedeva al Viminale prima di fuggire alla Farnesina inseguito dalla fama di ministro dell’invasione. La sua inerzia appare evidente. Nel 2015, in seguito allo scandalo di Mafia Capitale, in cui emergeva il marciume di molte cooperative di sinistra, come riporta il Giornale, fu varato il piano di monitoraggio rimasto lettera morta. Inutilizzato.

Come del resto il progetto Moreco (acronimo dell’inglese Monitoring and improvement of reception conditions) per verifiche a tappeto sulle condizioni dei campi di accoglienza, sui servizi, sugli immigrati con problemi di salute mentale, sui minori veri o solo presunti, sui numeri dei centri al collasso. Sul tema, vincolati ad hoc, ci sarebbero i 5,5 milioni di euro del programma europeo Fami (Fondo asilo, immigrazione e integrazione). Eppure non è ancora partito nulla. È stato finanziato, ma mancano linee guida per l’organizzazione e l’assegnazione dei compiti.

In compenso il governo butta soldi e risorse organizzative per editare la rivista bimestrale “Libertà civili e immigrazione” spendendo 500mila euro per 12 numeri. E ingaggiando 4 giornalisti, nonostante la presenza di un prestigioso e ben remunerato ufficio stampa del ministero dell’Interno. Singolare anche l’esborso di oltre un milione di euro, per la precisione 1.083.176 euro, per realizzare una serie di videointerviste ai richiedenti asilo, quando lo stesso lavoro potrebbe essere svolto da un funzionario della prefettura con un semplice smartphone, coadiuvato da un interprete, il quale, per legge, già ora deve comunque presenziare all’intervista. Sprechi, disorganizzazione, sciatteria. Il tutto condito da ampie dosi di buonismo d’accatto.  

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