Matteo Salvini e il “diritto” all’aborto

Se abortire è un diritto anche la chirurgia estetica lo è

Perché il Servizio sanitario nazionale deve finanziare un “diritto” così arbitrario e soggettivo, che oltretutto provoca un grave danno alla collettività, come l’aborto? Il segretario della Lega ne ha parlato domenica scorsa durante la manifestazione “Roma torna capitale”

Pietro Licciardi
Se abortire è un diritto anche la chirurgia estetica lo è

Matteo Salvini parla alla manifestazione “Roma torna capitale” (fonte: pagina facebook: @salviniofficial)

Matteo Salvini ha ragione: l’aborto è un obbrobrio una barbarie e abortire fa parte di uno stile di vita incivile. Dirlo di questi tempi è coraggioso e se a farlo è un politico – e non un vescovo o cardinale come pure ci si aspetterebbe – lo è ancora di più, perché significa mettersi contro tutta la nomenklatura radical-chic, e la massa “sinistrata” di femministe, laici benpensanti, intellettuali e compagnia belante.

Tuttavia, il nostro Matteo su due cose avrebbe potuto essere più efficace.

Anzitutto ad effettuare aborti multipli non sono solo le donne straniere ma anche quelle italiane. Secondo l’ultima relazione al Parlamento sull'interruzione volontaria di gravidanza (ivg), depositata nel 2019 dal ministero della Salute nel 2017 - ultimo anno di cui si hanno i dati - il 21,3% delle donne italiane che hanno abortito lo ha fatto più di una volta contro il 36% delle straniere.

Inoltre, l’aborto non è un diritto.

Che l’aborto sia la soppressione di una vita umana non ce lo dice il Papa ma la scienza, secondo la quale si parla di vita umana fin dal concepimento, ovvero fin da quando il Dna contenuto nello spermatozoo maschile incontra il Dna contenuto nell’ovulo femminile dando origine con la “fusione” ad un nuovo Dna che contiene tutte le caratteristiche, dal colore degli occhi alla forma e dimensione degli alluci, del futuro essere umano. Da quel momento in poi il bambino non fa che crescere e perfezionarsi. Un processo che non cessa al momento del parto ma che prosegue fino all’età adulta per poi cedere il passo all’inevitabile deterioramento cellulare che chiamiamo invecchiamento. Se qualcuno ha dei dubbi su questo consulti pure un buon manuale di biologia.

Detto questo abortire volontariamente non può mai essere considerato un diritto, a meno che non si voglia far passare per “diritto” l’omicidio di un qualsiasi essere umano. Cosa alla quale peraltro ci stiamo pericolosamente avvicinando con la depenalizzazione dell’eutanasia, che in altri Paesi, come l’Olanda, è già utilizzata per ammazzare chi non è più produttivo, come malati, depressi e anziani pensionati.

Tuttavia, anche la categoria dei “diritti” sta diventando sempre più liquida, poiché ormai la tendenza è di promuovere a “diritto” qualsiasi desiderio soggettivo.

E qui si arriva al punto.

Concediamo, pur senza ammetterlo, che l’aborto è un “diritto” della donna e una sua scelta, come dicono i paladini della legge 194, e ammettiamo che la donna deve poter decidere in autonomia della sua vita, evitando i “traumi” psicologici e materiali di una gravidanza indesiderata. E che ancora questo “diritto” deve competere solo ed esclusivamente alla donna, che può interrompere la sua gravidanza senza “illecite” ingerenze di mariti, fidanzati, partner e finanche genitori. Bene. Allora lor signori ci spieghino perché occorre necessariamente scaricare i costi di un atto così arbitrario e soggettivo sulla intera collettività. Oltretutto quando la collettività ne riporta un grave danno, in quanto viene privata di energie nuove, giovani; di persone che nascendo avrebbero dovuto concorrere al benessere comune con le proprie doti fisiche, intellettuali, morali e spirituali. Non dimentichiamo che l’attuale emergenza demografica che attraversiamo dipende in buona parte dagli oltre sei milioni di bambini abortiti in Italia dalla data di entrata in vigore della Legge 194 ad oggi.

Ogni aborto costa circa 5mila euro e in Italia nel 2017 anno sono state effettuate 80.733 “interruzioni volontarie della gravidanza. Ovvero un aggravio per il già disastrato servizio sanitario nazionale di oltre 403 milioni di euro. Una cifra che potrebbe benissimo essere risparmiata in un momento di crisi come questo.

Se non è possibile, al momento, vietare l’aborto in nome degli intoccabili “diritti soggettivi” della donna; quantomeno ciò non gravi più sulla spesa pubblica.

Ma in questo modo si ricacciano nella clandestinità le donne che non possono pagarsi l’intervento, si obietterà. A parte il fatto che la clandestinità è tornata e alla grande con le cosiddette “pillole del giorno dopo”, con le quali l’aborto non avviene più in ospedale ma tra le pareti domestiche, si potrebbe però polemicamente controbattere che ogni anno, come ci ricordano le pagine di cronaca nera dei quotidiani, parecchie donne muoiono perché volendosi sottoporre a interventi di chirurgia estetica e non potendo pagare un chirurgo decente si rivolgono a degli incompetenti o addirittura a persone che esercitano clandestinamente questo tipo di interventi.

Dobbiamo allora avviare una campagna di “sensibilizzazione” per far emergere la chirurgia estetica dalla clandestinità regalando a spese del Servizio sanitario nazionale interventi gratuiti al seno o ai glutei?

Del resto, avere un aspetto conforme ai canoni di bellezza correnti non può forse essere considerato anch’esso un diritto? Soprattutto in considerazione degli svantaggi che l’esserne privi procura in termini di benessere psicofisico e di opportunità anche lavorative.

Ma se la chirurgia estetica non è contemplata dal prontuario medico nazionale, perché deve esserlo l’aborto?

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