schegge duracruxiane

La foga sostituzionista ha segato le gambe pure a Gandhi

Caduto in disgrazia presso l'intellighenzia progressista scomparendo così dai riferimenti positivi della mediaticità “mainstream”. Anzi...

Helmut Leftbuster
La foga sostituzionista ha segato le gambe pure a Gandhi

Non c'è bisogno di essere dei “boomer” (come i nuovi razzisti generazionali definiscono con disprezzo gli ultrasessantenni) o di aver visto il pluripremiato film sulla sua vita dell'83, per sapere chi sia stato il mahatma Gandhi e quale simbolo di pace universale egli abbia sinceramente rappresentato per l'umanità tutta. Eppure, forse perché troppo amato dagli Europei, forse perché emblema di un attivismo troppo partecipe rispetto ai parametri della salotteria radical chic, forse perché foriero di un messaggio troppo pacifista per risultare congruo al clima di livore ideologico indispensabile ai globalisti per creare discoesione sociale e poter così agitare lo spettro dell'intolleranza; o forse semplicemente perché troppo chiaro di carnagione per poter essere integrato nella schiera dei nuovi supereroi del meticciato globale o, infine, per aver dichiarato del duce: “Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attirano. Sembra aver fatto molto per i contadini. In verità, il guanto di ferro c'è. Ma poiché la forza (la violenza) è la base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale”. 

Insomma, dev'essere a causa di tutto questo ed altro ancora, se Gandhi è caduto in disgrazia presso l'intellighenzia progressista scomparendo così dai riferimenti positivi della mediaticità “mainstream”. Anzi, come spesso accade a tutti quei “veri buoni” che possono costituire un intralcio storico alle mistificazioni globaliste, viene messo alla gogna del discredito con la solita accusa passepartout e allucinata di razzismo.

Il libro che gli punta il dito contro si intitola The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire (Stanford University Press) e si riferisce al periodo sudafricano del suo attivismo, compreso fra il 1893 e il 1914. Gli autori dell'opera sono due docenti universitari, Ashwin Desai e Goolam Vahed, il primo dell'università di Johannesburg e il secondo all'università di KwaZulu Natal. Il testo, ovviamente dato per buono anche dai nostri giornalai di regime, accusa il Mahatma di giudicare i neri "selvaggi" e "primitivi", dediti a una vita "indolente e nuda". E di considerare regressivi per gli Indiani di cultura boera gli usi e i costumi dei Sudafricani di stirpe continentale. 

In pratica la solita mannaia ideologica fatta puntualmente calare su chiunque evidenzi le naturali specificità dei differenti gruppi umani del globo, cercando di preservare le proprie ed evitare che quelle altrui sviliscano conquiste sociali spesso costate lacrime e sangue a tutti quei popoli che sono stati capaci di guadagnarsele. Nulla di più semplice e costruttivo per il bene del progresso umano nel suo insieme, insomma. Di tutta risposta, la principale università ghanese (dietro chissà quali connivenze occidentali), ha fatto abbattere la sua statua, evidentemente fattavi erigere in precedenza per meriti ormai caduti in disgrazia (come riportato su The African Exponent dell'8 feb 2020). 

Ebbene, chissà cosa direbbe il mahatma Gandhi della nostra epoca, in cui i politici twittano che “l'Italia è più bella se multietnica”? Lui, che è morto assassinato per essersi battuto tutta la vita contro le prevaricazioni colonialiste di popoli che tentano di sottometterne altri.

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