Sensibilità cognitive ed empatia

Elevata intelligenza emotiva? Sei più predisposto allo stress

Qualità rilevante nella formazione del QI di una persona, la persistenza sentimentale sarebbe svantaggiosa

Stefania Genovese
Elevata intelligenza emotiva? Sei più predisposto allo stress

Magritte

Lo psicologo e scrittore Daniel Goleman ne aveva fatto un caposaldo del suo pensiero, modificando così molte teorie delle scienze comportamentali e della neurologia; infatti egli ha sempre sostenuto che l'essere empatici con gli altri, accentuando la propria sensibilità cognitiva, fosse un prerequisito basilare nella costruzione di una personalità intelligente in grado di interagire con maggiore perspicacia e adattabilità nella società. Recenti studi hanno però evidenziato gli aspetti purtroppo detrimenti e cagionevoli di questa predisposizione soggettiva, in quanto la capacità di saper riconoscere a priori lo stato psicofisico di un altro da Sè, fosse quello di un collega o di un amico, sarebbe collegato al rischio di cadere maggiormente in forme acute di disperazione e depressione.


Ebbene sì, questa inclinazione per la comprensione degli stati d'animo altrui sortirebbero degli effetti negativi stressanti ed indurrebbero a permanere in una sorta di spleen, vanificando alquanto il postulato che ciò offrirebbe invece una sorta di progressione intellettiva, avvantaggiando il detentore della stessa nella socializzazione. Difatti, le psicologhe Myriam Bechtoldt e Vanessa Schneider della Frankfurt School of Finance and Management, in uno studio pubblicato su «Emotions» alla fine del 2016, hanno esposto le loro conclusioni relative ad alcuni esperimenti condotti per misurare la loro intelligenza emotiva, misurando il cortisolo, ormone dello stress, prodotto da alcuni studenti che avevano sostenuto dei colloqui con esaminatori aventi una espressione severa. Da ciò hanno infatti rilevato che proprio i soggetti classificati come emotivamente più intelligenti, durante l'esperimento, avrebbero generato un livello di ansia elevato con maggiore difficoltà al ritorno dei livelli normali.

A giudizio della docente di scienze comportamentali, Hillary Anger Elfenbein, della Washington University di St. Louis, che ha esaminato i dati dei test, ciò inequivocabilmente offrirebbe la prova che per talune persone una acuta emotività sarebbe causa di problemi, e purtroppo renderebbe i soggetti più suscettibili ai sentimenti di depressione e disperazione. Taluni psicologi inoltre sosterrebbero che una forte sensibilità rappresenterebbe per taluni un nocumento tale da compromettere la propria cognizione del mondo, insinuando così che l'intelligenza emotiva possa diventare un punto debole tale da rendere il soggetto più facilmente manipolabile da parte di altri.Tuttavia la professoressa Bechtoldt, non inclinerebbe troppo ad una analisi così pessimista, in quanto molte persone sensibili, sarebbero ugualmente in grado di far fronte adeguatamente alle emozioni proprie ed altrui, evitando di proiettare così le proprie responsabilità verso gli stati d'animo altrui, inibendone il rebound.


Occorreranno comunque ulteriori esperimenti per offrire una conclusione ultima alla «vexata quaestio» se una acuta sensibilità sia sinonimo di un accrescimento piuttosto che di una attenuazione nella dimensione conoscitiva,
rammentando che nello stadio evolutivo dei primordi umani l'ansia e lo stress erano input utili a reperire risposte veloci ed immediate per la stessa sopravvivenza. Probabilmente tutto verterebbe sulla abilità di raffinare la nostra adattabilità, regolando le nostre emozioni in grado di raggiungere step percettivi in cui resilienza ed umore vengano gestiti per accrescere l'autostima e dominio di sé, tali da consentire modalità di interpretazione e monitoraggio delle interazioni sociali più consapevoli e rilassate.

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